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Matrimonio fra cittadini italiani ed extracomunitari. Cosa fare per vivere con il proprio coniuge
Emmanuela Bertucci
17 Febbraio 2007
Per un italiano/a coronare il proprio sogno d'amore, sposare il fidanzato/a extracomunitario e vivere insieme, puo' diventare un'odissea: comuni che si rifiutano di celebrare il matrimonio senza il permesso di soggiorno; ambasciate che non rilasciano il visto di ingresso per ricongiungimento familiare o per familiare al seguito; pubbliche amministrazioni che applicano la Bossi Fini anziche' il Testo unico 54/2000.
Visto l'elevato numero di quesiti e segnalazioni sull'argomento abbiamo deciso di fare un po' di chiarezza in tema di matrimonio con stranieri extracomunitari, per capire come e' meglio procedere, cosa la pubblica amministrazione e' tenuta a fare, come si possono superare gli ostacoli burocratici.
La via piu' breve per vivere con il proprio (futuro) coniuge e' sicuramente sposarsi in Italia, poiche' il coniuge straniero puo' subito ottenere un permesso di soggiorno per il proprio coniuge straniero e, alla prima scadenza, la carta di soggiorno.
Ricordiamo che per sposarsi non e' necessario essere gia' titolare di un permesso di soggiorno, ma e' sufficiente esibire all'ufficiale di stato civile il passaporto ed il nulla osta al matrimonio rilasciato dalla propria autorita' diplomatica o consolare.
Quando il futuro coniuge non e' gia' in Italia o non riesce ad ottenere un regolare visto di ingresso, molti italiani decidono di recarsi direttamente nel Paese di provenienza per celebrare il matrimonio, sperando di velocizzare le pratiche e ottenere piu' rapidamente un visto di ingresso per familiare al seguito.
In questo caso, consigliamo di celebrare il matrimonio presso la rappresentanza diplomatica italiana all'estero, per evitare alcuni passaggi burocratici. Se l'italiano nubendo e' residente all'estero ed iscritto presso l'AIRE (l'anagrafe dei cittadini italiani residenti all'estero) il matrimonio verra' direttamente trascritto sugli appositi registri tenuti presso il consolato. Nel caso, invece, che il cittadino italiano sia residente in Italia, il matrimonio dovra' comunque essere trascritto in Italia. In pratica, si risparmia solo il tempo “burocratico” necessario per la traduzione e legalizzazione dell'atto.
In caso, infine, ci si sposi all'estero avanti alle autorita' estere, le difficolta' maggiori si incontrano nel richiedere il visto di ingresso per familiare al seguito o per ricongiungimento familiare, poiche' molte ambasciate non rilasciano il visto fino a quando il matrimonio non e' regolarmente tradotto, legalizzato e trascritto nei registri di stato civile italiani.
Chi trascrive il matrimonio
I novelli sposi sono tenuti a chiedere la traduzione, legalizzazione e trascrizione dell'atto di matrimonio al Consolato o all'Ambasciata italiana dello Stato estero in cui ci si e' sposati, che provvedera' ad inoltrare la richiesta all'ufficio di stato civile competente in Italia.
Tempi della trascrizione
In assenza di specifiche indicazioni normative, la trascrizione deve avvenire entro i tempi previsti dalla legge sul procedimento amministrativo, e dunque entro 90 giorni dalla presentazione dell'istanza. Se tale termine decorre inutilmente, consigliamo di intimare la conclusione del procedimento con una raccomandata AR di messa in mora all'ambasciata italiana.
Si puo' chiedere la trascrizione direttamente al Comune italiano, senza "passare" per l'ambasciata?
La trascrizione degli atti nei registri di stato civile puo' esser richiesta da chiunque ne abbia interesse, con istanza verbale o con atto redatto per iscritto e trasmesso anche a mezzo posta. Dunque, e' possibile, una volta tradotto e legalizzato l'atto di matrimonio, chiedere la trascrizione direttamente al Comune.
Si puo' ottenere un visto di ingresso per il proprio coniuge anche in assenza di trascrizione?
Le ambasciate italiane sparse per il mondo danno a questa domanda risposte molto discordanti, perche', da una parte, la legge (nello specifico l'art. 130 del codice civile) subordina tutti gli effetti del matrimonio alla registrazione dell'atto negli registri dello stato civile, mentre per contro esiste una costante giurisprudenza della Corte di Cassazione italiana che afferma esattamente il contrario. Per la Cassazione infatti la trascrizione dell'atto di matrimonio non ha natura costitutiva, ma soltanto dichiarativa. In pratica, il matrimonio sarebbe immediatamente valido, e dunque rilevante anche in Italia, nel momento in cui viene celebrato (Nota: Cass. Civile, sentenza n. 1298/1971; Cass. Civile, sentenza n. 569/1975; Cass. Civile, sentenza n. 9578/93; Cass. Civile, sentenza n. 3599/1990; Cass. Civile, sentenza n. 103511998) e di conseguenza non sarebbe necessario attendere che lo Stato italiano ne abbia conoscenza “ufficiale” per chiedere il visto di ingresso in qualita' di coniuge di cittadino italiano.
Sebbene la giurisprudenza sia cosi' favorevole, le sentenze della Corte di Cassazione non sono vincolanti per la pubblica amministrazione, e dunque l'ambasciata puo' benissimo (anzi deve) disattendere questo orientamento ed applicare alla lettera l'art. 130 c.c., imponendo l'avvenuta trascrizione come requisito obbligatorio per il rilascio del visto.
Chi dunque volesse chiedere il visto di ingresso per il proprio coniuge anche prima che sia intervenuta la trascrizione, deve comunque essere ben consapevole di un possibile rifiuto dell'ambasciata (a seconda dell'orientamento dell'ufficio). In questo caso, dovrebbe ricorrere al giudice italiano contro il provvedimento di diniego, forte di una solida giurisprudenza a proprio favore.
14. Lavoro interculturale e narrazione
A cura di
Duccio Demetrio
Professore di Educazione degli adulti, Facoltà di scienze della formazione, II Università degli Studi di Milano-Bicocca. Laboratorio di Etnopedagogia
Premessa
Fra i tanti meriti che dobbiamo riconoscere all’immigrazione, ce n’è uno, in particolare, da sottolineare. L’incontro con storie e narrazioni che vanno arricchendo le nostre. Molti non vorrebbero ascoltarle. Preferendo - non potendone più fare a meno - almeno una migrazione muta e silenziosa. Costoro sono persino disponibili a capire le voci di protesta e le parole del disagio, ma ciò che proprio non tollerano è che tali moltitudini vogliano farci sapere chi sono, che cosa sentono o hanno lasciato. Tale ripulsa è più grave ancora di quella del rifiuto conclamato, poiché rende chiaro che il razzismo, esplicito e latente, è negazione di ogni interesse per le parole degli altri. Per i suoni di una lingua sconosciuta e, più ancora, per quei racconti, nella nostra lingua imparata in qualche modo, che pone gli stranieri nella condizione di farci comprendere quel che hanno il diritto di farci sapere. E che non può, sempre, corrispondere (come nei dibattiti televisivi) alle storie, drammatiche, delle vessazioni subite, delle difficoltà di integrazione nelle nostre culture. In tal modo, con il nostro modo di interrogare queste vicende, non facciamo altro che depauperare le donne, gli uomini, i ragazzi di ben altro che, invece, con differenti forme di ascolto e di incoraggiamento a raccontarsi potrebbero dirci. Il merito cui accennavamo è quindi questo: i nuovi cittadini arricchiscono, purtroppo ancora potenzialmente, le nostre visioni della vita, del comunicare, del credere in qualche cosa, del senso stesso dell’essere al mondo. Noi facciamo di tutto per omologare, assimilare, costringere alla dispersione una immensa varietà di altri valori e credenze. I nostri territori urbani, contesti in cui più alta è la concentrazione immigratoria, che stanno facendo per creare "case delle storie", spazi di aggregazione interculturale, occasioni permanenti (e non soltanto spettacolari ed episodiche) dove la reciproca narrazione delle diversità non sia conservata come in un museo etnografico, bensì, continuamente rinnovata? Dove agli stranieri sia dato di raccontare con voci nuove e antiche. Finché questi luoghi di legittimazione e di riconoscibilità, visibilità sociale, non ci saranno, possiamo comunque tentare di impegnarci, noi con loro, in una paziente opera di carattere autobiografico affinché racconti e storie di vita (immagini dell’infanzia, degli spazi dell’origine, dei riti o ricordi di climi e affetti) non si disperdano in quanto patrimonio di tutta l’umanità. Per fare questo occorre andare avanti nel lavoro di molti che nelle scuole, nelle esperienze di incontro, nel corso di colloqui d’aiuto già hanno compreso che queste narrazioni hanno bisogno di una più solerte attenzione. E cioè di qualcuno che se ne prenda cura, non per catalogarle, classificarle, custodirle in teche, ma per riproporle ai narratori affinché diventino libri, poesie, teatro. Anche questa è accoglienza. Forse potrà apparire superflua rispetto alle urgenze e alle esigenze vitali, però, ogni strategia civile e ogni lungimiranza creativa (e non solo preventiva) ci chiede di mettere al centro quelle risorse umane, fatte di pensiero e vissuti, che hanno bisogno di riconoscersi (anche) con il nostro aiuto.
1. Tre vie: il rigetto l’aiuto l’educazione
Lo sappiamo. Ogni riflessione sul presente e sul futuro multietnico che già ci coinvolge, e attende, può imboccare almeno tre vie: il rigetto, l’aiuto, l’educazione. Ognuna delle quali è provvista di una sua indubbia legittimità e giustificazione narrativa (il "No!", "Ti accetto", "Parliamo"); ma soltanto una (l’ultima) ci appare fertile, perché crocevia di altre, ulteriori, originali strade percorribili.
Per le filosofie e le scienze contemporanee soltanto ciò che si rivela generatore di altri sentieri, di altre ramificazioni interroganti, di paradigmi sempre aperti appartiene alla cultura che ci prepara al nuovo millennio (F. REMOTTI, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 1996.). Si tratta della via di ricerca che non si ferma dinanzi alle proteste di chi reputa le migrazioni una iattura (è la via ipocrita del rigetto, pur nella consapevolezza che la nuova forza lavoro è una necessità cruciale) e che nemmeno si limita a condividere la pur importante visione caritativa, assistenzialistica, umanitaria di tali fenomeni.
È, questa, la via dell’aiuto, agita e sostenuta da tutti coloro che si attendono l’espressione, a breve o a lungo termine, di una riconoscenza per quanto si va facendo per alleviare le difficoltà di chi lascia un mondo per entrare in un altro, preceduto dai suoi sogni di sopravvivenza e di libertà.
La via dell’educazione interculturale (la terza) è ben altra. Meno facile ai più, incomprensibile e superflua per molti altri. Chi legge le pagine più interessanti che ne hanno parlato si avvede subito che, quel che propongono, non si limita né a tracciare scenari più o meno apocalittici o rasserenanti, né a considerare l’immigrazione un problema sociale.
Nel primo caso ci troveremmo, ancora una volta, dinanzi a versioni "materialistiche" degli eventi cui tutti stiamo partecipando, dal momento che ormai, tutti, siamo contaminati da questi discorsi. La nostra quotidianità è abitata dagli "altri" anche quando non desidereremmo parlarne; ci serviamo di loro per organizzare la giornata, li troviamo sui nostri cammini domestici, siamo costretti a guardarli ma non ad ascoltarli, quando invece è soltanto l’incontro delle parole che può mettersi nella condizione di superare il lato più oscuro della questione. Quello appunto che riduce ad un fatto demografico, economico, di ordine pubblico chi sta cercando altre forme per segnalarci la sua presenza e, che pur debitore, ammesso ma non concesso che così debba viversi, non si accontenta di essere considerato un utente attuale, o potenziale, di questo o di quel servizio sociale o caritativo.
L’educazione interculturale ci fornisce, invece, l’unica via -preferiamo chiamarla strategica - che possiamo percorrere nella educazione alla consapevolezza di quanto sia vieppiù indispensabile assumere una coscienza antropologica di quel che sta avvenendo.
Come altre proposte, oggi anche nel nostro Paese reperibili, e rivolte alle scuole, a chiunque si ponga domande più complesse, a chi non si accontenti di immagini televisive rubate alle tragedie, essa ci invita ad esplorare storie, dimensioni "dell’essere", sensazioni diffuse ormai così presenti nelle nostre autobiografie.
2. Guardare gli altri per tornare a se stessi
L’educazione interculturale, fattasi attenzione per le risorse umane, non solo ci guida attraverso la rilettura di tradizioni, di voci e intrecci di voci, di felicità e tragedie, di leggende e avventure presidiate da divinità scomparse o da ancestrali, le paure riemergenti (invasioni, epidemie, sbarchi, ecc.), essa ci introduce ad una comprensione più profonda di quelle che sono le nostre origini. Ci stimola a rintracciare nelle psicologie di ciascuno di noi, così profondamente mediterranee, anche laddove alcune nostre regioni non ne lambiscano le sponde, la parte migliore di una tradizione di pensiero costruitasi nel corso del tempo. Nata all’insegna di quella dialettica tra essere e divenire, tra perpetuare e cambiare, tra apollineo e dionisiaco (luce ed oscurità) che soltanto nei momenti più bui hanno tentato di fermare gli assolutismi del sud come del nord. È la tradizione che ci ha educati a coltivare, e a difendere, la nostra natura ibrida e vocazionalmente meticcia, aperta al molteplice ed alla curiosità per il nuovo e il diverso.
L’educazione interculturale è un pensiero antico e profondo; è una modalità narrativa; è il segno di una mente abituatasi ad ascoltare i racconti stranieri, a meravigliarsi, a curiosare nelle mitologie altrui.
La nostra coscienza mediterranea (la nostra latina medietas, la sensibilità e capacità di risoluzione dei conflitti, la consapevolezza che un conflitto risolto non catastroficamente genera sempre novità) è giustamente chiamata a confrontarsi con le sue radici (linguistiche, estetiche, filosofico-letterarie) giocoforza commiste. E, questo rapporto con i nostri sé personali o microsociali, individuali o collettivi costitutivamente plurimi, va dunque riattualizzato e riscoperto dinanzi non solo a chi dallo stesso bacino oggi proviene. A tutte le genti che, pur avendo gli oceani come dimensione del limite e del possibile, si chiedono di essere riconosciute non solo come manodopera, né come obbedienti assistiti, queste agorà vanno garantite per antiche consuetudini di ospitalità, di ascolto e confronto.
3. Non siamo agli inizi
L’educazione interculturale nella scuola italiana non è più agli inizi. Ormai, i bambini piccoli e i più grandi - stranieri e non - possono contare su non poche pubblicazioni (dai giochi, ai libri di fiabe; dalle raccolte multimediali alla letteratura prodotta dai protagonisti delle migrazioni: storie di vita e autobiografie). Questo non accade per quei livelli di istruzione che fino ad oggi sono stati meno degli altri coinvolti dai problemi dell’accoglienza e dell’integrazione.
Sono fin troppo noti i disagi di adattamento che i figli della migrazione hanno vissuto e stanno ancora vivendo quando debbono il più rapidamente possibile mutare e, al contempo, conservare, per non perdere lingua e consuetudini che li legano alla famiglia. Per tale ragione è quasi superfluo ricordare che tali tracce, negli ancor pochi privilegiati che transitano alle superiori (optando le ragazze e i ragazzi nati qui o immigrati per l’inserimento lavorativo o, tutt’al più, per la formazione professionale), sono vistose e penalizzanti. Macroscopici deficit linguistici, comportamenti che evidenziano irrisolti questioni di carattere relazionale, disturbi dell’identità, sono alcuni dei tratti di cui questi adolescenti sono portatori nella secondaria. A questi vanno aggiunti i malesseri che accompagnano ogni vissuto adolescenziale e, per questo, è bene che quanto già si va facendo per venire incontro al disagio infantile e giovanile possa declinarsi rispetto a domande specifiche di aiuto e incoraggiamento.
Il sapere ha una funzione facilitante e di cura, laddove si incontri con le esigenze di chi è alla ricerca di un’identità, delle sue radici, ma, nondimeno, di ancoraggi e sostegni nel presente. Un’attenzione per le "culture della memoria" è difatti cruciale (indipendentemente dagli studenti cui la proprietà educativa si rivolge)affinché, proprio attraverso un buon rapporto con il passato personale o con quello del proprio gruppo di appartenenza, si possano stabilire quelle integrazioni interiori per l’autorealizzazione e l’autostima.
Le conoscenze, quando suscitano interesse e motivazione, sono sempre state un fattore che ha consentito ai più svantaggiati di ritrovarsi e di far sentire la loro parola. Ciò che ha diviso le culture è il risultato di interessi materiali contrapposti, di conflitti per il predominio, per la spartizione di territori quando, invece, certo pur essendo le culture anche il risultato di tutto questo, sono tuttavia (in quanto umane) connotate da comuni esigenze e tensioni.
I ragazzi italiani e i loro coetanei, figli o protagonisti dell’immigrazione, provenienti o meno da paesi dell’area mediterranea vanno quindi stimolati a individuare distanze e affinità non solo servendosi dei libri.
Educazione interculturale, è guardarsi intorno; è alzare la testa dalle pagine, è cercare - al di fuori della scuola - con interviste e raccolta di storie altrui quanto le letture stimolano e generano agli effetti del piacere di scoprire ciò che non si può sapere se non entrando nella vita.
Occorre insomma che gli insegnanti facciano in modo che si costruiscano con gli studenti, storie di quotidiana interculturalità. Non è difficile, basta ritrovare il piacere di far scuola tra la gente o invitando la gente a scuola a raccontare quanto ancora non è stato stampato. Quest’oralità diffusa è tutta da fermare e proteggere dalla dispersione.
Andare oltre il visibile, questo è il primo compito di chi apprende.
L’essenza interculturale nella Grecia classica era tributata all’isola di Delo. L’isola di Apollo ed Artemide: l’isola "commista" di luce solare e di oscurità, il simbolo di una mente che lavora per rischiarare e, al contempo, accettare l’ombra, in una dinamica eterna dei fatti e della psiche.
4. I paradigmi pedagogici della narrazione
Ciò che più conta è l’identità personale di ciascuno, indipendentemente dalla provenienza, dalla lingua, dalle origini. Ma oggi e domani le nostre e le "loro" identità saranno plurali. Rapportarsi ai problemi dell’immigrazione con i paradigmi pedagogici della narrazione significa abbandonare per sempre un’idea univoca di identità. Chi viene da altri mondi è in tal modo, nella sua conclamata diversità, colei o colui che ci invita a far altrettanto con chi crediamo di conoscere da una vita. Lo straniero, ancora una volta, ci provoca interrogandoci sul nostro sapere o non sapere servirci del linguaggio, il più spontaneo e comune, nel momento in cui crediamo le condizioni migliori per consentire all’altro di dirci chi è, più che ciò che rappresenta. All’interno di un ciclo breve o lungo di conoscenza ed autoconoscenza. Infatti il racconto altrui, se ascoltato, se accettato senza condizioni, non può mai non smuovere dalle sue certezze (identitarie) un ascoltatore attento: che si tende verso, anche al rischio di udire ciò che non vorrebbe. In quell’attenzione pedagogica che ribalta la consuetudine; che non si dispone, dopo l’ascolto, all’insegnamento, poiché è mosso dalla incondizionata disponibilità ad apprendere soprattutto dall’altro, imparando a tacere e a rispondere in uno stato d’animo disposto alla complessità; disponibile a trasformare ogni dubbio e perplessità in curiosa aspettativa.
4.1 Lo spazio del racconto
Lo spazio del racconto è l’unico, il più vero ed affettivo luogo pedagogico dell’apprendimento linguistico; in un’aula, su un treno, per via, dove possano prender forma e maturare le radici del pensiero e della speranza interculturali.
Tre sono i requisiti che rendono qualsiasi occasione di incontro con donne e uomini "spaesati", con e per i loro figli, un rifugio fatto di parole:
• la possibilità di raccontare, o scrivere, di sé in assoluta libertà e spontaneità
• la possibilità di poter sviluppare, ampliare, arricchire il racconto
• la possibilità di lasciare a se stessi e ad altri noti o sconosciuti un messaggio che possa essere raccolto e diffuso.
Si istituisce, in tal modo, una triangolarità ideale, un luogo abitato di parole inventate o trovate per descrivere il mondo e descriversi, nella speranza di essere poi ridescritti da chi ha ascoltato o ha letto i nostri discorsi. Si costruisce così quello che altrove abbiamo chiamato uno spazio autobiografico (D. DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina, 1996) rassicurante, avalutativo, ristrutturante. Parlare e parlarsi da soli o con altri infatti incoraggia a non temere il giudizio altrui e consente a ciascuno indipendentemente dall’origine e dalla lingua a ritessere l’involucro della propria (solo questa) identità ferita, offesa, dispersa, dalla migrazione, dallo spaesamento, dalla rinuncia al racconto in luoghi dove il proprio idioma non è compreso (A. SMORTI, Il sé come testo. Costruzione delle storie e sviluppo della persona, Firenze, Giunti, 1997).
4.2 Spazi autobiografici e triangolarità narrativa
Per questo, anche, i membri di una stessa comunità migrante si cercano, si raccolgono attorno ai loro racconti fino ad enfatizzarli e a mitizzarli inventando talvolta quel che non esiste più: la loro identità etnica. E, proprio per questo, il lavoro interculturale è soprattutto lavoro volto a inventare spazi autobiografici in cui tutto questo possa accadere. Dove sia possibile declinare la triangolarità narrativa in queste modalità:
• collaborando con le specifiche comunità affinché le loro storie possano diventare "banche della memoria" dell’immigrazione (S. TUTINO, "Dal progetto per sé, al progetto per tutti", in Adultità, n° 7 monografico "Progetti di vita", marzo, 1998) e momenti di ritrovamento della "nostalgia", così utili, nella loro restituzione, ai figli: affinché si possano sentire ancora legati ad una tradizione fatta non soltanto di mentalità ma di ricordi e immagini che valga ancora la pena di trattenere e trasmettere. È questo il momento delle imago mentali, emotivamente ancora presenti, evocatrici di suoni, colori, parole, detti, storie e leggende:
• costituendo piccoli gruppi plurioriginari, italiani inclusi, nei quali sia realizzabile quello scambio di storie che faciliti la scoperta - mai ovvia - delle reciproche vicende di crescita: storia d’infanzia, di giovinezza, di maturità. Tutte accomunate, indipendentemente dai siti di provenienza, da rievocazioni che ben oltre le singolarità rispecchiano le stesse avventure della crescita. È questo il momento delle storie di formazione (S. TUTINO, "Dal progetto per sé, al progetto per tutti", in Adultità, n° 7 monografico "Progetti di vita", marzo, 1998).
• Infine, la terza possibilità autobiografica può trasformarsi in un luogo - laboratorio di scrittura, finalizzato alla raccolta, sistemazione e stampa dei racconto: in rapporto all’una o all’altra delle precedenti condizioni.
Il mondo della migrazione anche in Italia non cessa di sorprenderci con la nuova letteratura di scrittori immigrati venuti da ogni parte che arricchisce gli studi su questo genere emergente e le ricerche socio-antropologiche sui percorsi e le traiettorie migratorie. Romanzi, novelle, semplici pagine di diario ci consentono di capire meglio non solo i vissuti di chi approda ma anche noi stessi.
4.3 Lo sguardo dell’altro su di noi
Un racconto di uno scrittore straniero ci invita ad interrogarci: è lo sguardo su di noi che non vorremmo, talvolta, venisse gettato sulle nostre quotidianità, sulle nostre incomprensibili follie, sulle nostre ritualità.
Un romanzo che appartenga al genere della migrazione traduce, poi, non una, ma molte storie fra loro intrecciate; è ad esempio:
• storia di sopravvivenza e conquista di diritti umani
• storia di iniziazione alla vita adulta, di passaggi esistenziali, di incontri cruciali fortunati o nocivi
• storia di rifiuto e rivolta
• storia di ricostruzione dell’identità e rappresentazione di modi di essere e vivere che progressivamente si rendono commisti: dove non è arduo ritrovare il manifestarsi di identità plurime fatte di adattamenti e rassegnazioni all esigenze del presente e di perseveranza, resistenza, attaccamento ai luoghi interni, profondi, psicologici irrinunciabili presenti e assenti al contempo
• storia di cura di sé, che testimonia la nascita di una coscienza individuale scaturente dallo strappo con contesti d’origine nei quali la stessa idea di soggettività è quanto mai labile. Storie, queste, che, inoltre, ci raccontano quanto l’impegno dello scrivere diventi un medicamento nell’istante in cui la solitudine diventi la condizione che parrebbe costringere al silenzio, alla dimenticanza e all’oblio: non soltanto di ciò che si è lasciato, ma di se stessi.
Questa terza possibilità corrisponde al momento della più vera visibilità. E ciò accade quando la miriade di storie attraverso l’arte del ricordare e dello scrivere si agglutina in qualche storia esemplare soprattutto per noi.
Poiché l’esito di una narrazione cerca sempre qualcuno cui affidare la propria storia. Quanto nasce da una individualità si protende verso la socialità e rompe l’esclusione. Di molte, moltissime storie anche stampate, che chiedono di essere aiutate a superare lo stadio espressivo dello sfogo abbiamo bisogno, per aiutare l’interculturalità a diffondersi. La nostra stessa identità scaturisce dalla narrazione degli altri, con la conseguenza che quanto riusciamo a conquistare, nel paziente lavoro di educatori al narrare, è una conquista per noi.
4.4 Far parlare i silenzi
Lo scrittore Yusuf Idrìs, nel suo libro "Alla fine del mondo", ci propone di far parlare i molti, innumerevoli, sterminati silenzi di chi emigra. Di limitare lo spreco di storie che potrebbero essere raccontate e che dovremmo nelle nostre città e ovunque incominciare ad aggregare comparandole, avvicinandole, scambiandole con le nostre.
Ci attende un progetto-utopia di banche della memoria interculturale dove non sia necessario contrattare, distinguere tra le ragioni degli uni e degli altri, in una sorta di dare per avere e di commercio regolato da norme di solito sfavorevoli per una delle parti.
Yusuf ci dice che soltanto quando il silenzio "si mette a parlare" (e l’istante prima del racconto ci chiede la pausa per suscitare l’incantesimo dell’attesa), quando, prima dei vincoli e delle aspettative, si accetta quello stato di sospensione del tempo e dello spazio; quando ciò accade si sperimenta "di tutti i silenzi il più profondo. Perché è quello dove converge l’accordo più forte che esista. L’accordo concluso senza alcun patto".
L’esperienza narrativa è sempre al di sopra di ogni faticosa trattativa di merci, idee, vite. Nel suo divenire è la capacità del narratore di spiegare ed evocare ad annichilire ogni distanza e differenza. A rendere illusori tutti i ragionamenti triti e sofisticati volti a ribadire quanto gli uni siano differenti dagli altri; a far tacere, almeno per poco, la voce delle scienze umane che contribuiscono sovente più a dividerci cercando le biologie, le psicologie, le antropologie della diversità.
L’arte del racconto orale o scritto, il linguaggio e i linguaggi della narrazione ci restituiscono, invece, la disarmante umanità delle storie e dei volti. Dalle quali e dai quali scaturisce allora, può scaturire, dando una mano a quanto già fa parte di un impulso naturale e culturale che non conosce frontiere, un invito a rallentare, a sostare, a pensare.
Gli spazi autobiografici, nelle realtà della migrazione, possono rivelarsi nel momento in cui la voce riempie il silenzio e, nel momento in cui questa parola si spegne, un’occasione unica per la sosta e per nuovi inizi.
5. Links
Nell’area progetti sono presentati percorsi didattici e progetti educativi riferiti ai temi della narrazione, della costruzione dell’identità culturale e personale:
• Centri territoriali, educazione degli adulti, centri interculturali
• Educazione interculturale e linguaggi: arte, gioco, teatro, musica...
• Culture ed identità culturali
• Accoglienza, integrazione e relazioni interpersonali
L'imbarcazione si è capovolta al largo di Malta. Sedici le persone tratte in salvo
Nel pomeriggio avvistati altri tre natanti. A bordo decine di migranti
Immigrazione, tragedia a Malta
naufraga barcone: 3 morti, 8 dispersi
Un barcone carico di clandestini approdato nei giorni scorsi a Lampedusa
ROMA - Quattro tentativi di sbarco da parte di immigrati sulle coste italiane, di cui uno finito tragicamente con il naufragio del gommone e la morte accertata di almeno tre persone. E' questo il tragico bilancio di una giornata contrassegnata dalla ripresa dei "viaggi della speranza" nel Canale di Sicilia.
Il naufragio e le vittime. Il naufragio della piccola imbarcazione che, all'alba, faceva rotta verso l'Italia ha causato la morte di tre persone, di cui sono già stati trovati i cadaveri affiorati dalle acque. Otto gli immigrati dispersi, mentre altre 16 persone sono state tratte in salvo da un peschereccio italiano e condotte a Lampedusa. Quattro di loro sono in gravissime condizioni.
L'allarme è scattato alle 5.50 quando l'equipaggio di un peschereccio, che si trovava in acque internazionali 40 miglia a est di Malta e a 49 miglia da Capo Passero, ha notato un'imbarcazione capovolta e alcune persone in mare che chiedevano aiuto. I naufraghi hanno riferito inizialmente che almeno 25 loro compagni di viaggio sono caduti in mare e sono dispersi; in seguito il numero è stato ridimensionato.
Nella zona, le condizioni del mare sono discrete, ed è perciò presumibile che il naufragio sia stato causato dall'eccessivo numero di immigrati imbarcati.
Due motovedette del Comando generale delle Capitanerie di Porto, impegnate in zona per un'esercitazione, sono state dirottate nello specchio di mare dove sono stati recuperati i naufraghi.
Gli altri tentativi di sbarco. Nel pomeriggio sono invece stati avvistati altri tre barconi di migranti. Non è ancora certo il numero delle persone che viaggiano a bordo dei natanti. La prima delle due imbarcazioni si trova a circa 30 miglia a Sud di Malta, e le autorità italiane ne hanno informato quelle maltesi, competenti a intervenire. La seconda invece è a una trentina di miglia a Sud di Lampedusa, e per raggiungerla è impegnata la nave "Lavinia" della Marina militare italiana. Su questo barcone viaggerebbero 37 immigrati, tra i quali due donne. Infine un terzo barcone in legno, con una trentina di clandestini a bordo, è stato avvistato poco fa da un aereo militare Atlantic a 32 miglia a sud di Lampedusa. Nella zona si sta dirigendo una motovedetta della Guardia Costiera.
(9 giugno 2006)
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venerdì 9 giugno 2006 - 15.33
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Immigrazione clandestina: blitz di vigili e polizia in viale Valganna, viale Borri e Masnago. Sorpresi 13 nordafricani
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Operazioni contro l’immigrazione clandestina questa mattina a Varese. La prima è scattata verso le 5.30, in una casa privata occupata di viale Borri e nello stabile, ora in disuso della ditta SKF alle spalle dello stadio comunale a Masnago. In azione la Squadra di Polizia Giudiziaria della Polizia Locale di Varese. Il bilancio parla di quattro extracomunitari sorpresi senza permesso di soggiorno. Tre di loro, inoltre, risultavano già noti alle forze dell’ordine, e per questo sono stati oggetto delle procedure per l’espulsione dal territorio nazionale. _Alla stessa ora il secondo blitz. 15 uomini della Volanti di Varese, dieci della Questura di Milano e due unità cinofile arrivate apposta da Malpensa hanno sgomberato lo stabile abbandonato della ditta "Benzi Vini" di Viale Valganna con il supporto di un elicottero che ha perlustrato la zona. All'arrivo degli agenti della Polizia i clandestini hanno cercato di scappare nei boschi circostanti e sulla strada, ma dopo un breve inseguimento sono stati bloccati fra viale Valganna e via Carcano. Gli agenti della Polizia hanno fermato 9 extracomunitari albanesi, tunisini e algerini, tutti fra i venti e i ventiquattro anni e privi di qualsiasi documento di identità. per 7 di loro sono già state avviate le pratiche di espulsione, uno è stato espulso immediatamente mentre per un tunisino già colpito da decreto di espulsione sono scattate le manette. Nei locali dell'ex "Benzi Vini" la Polizia ha trovato anche tre scooter risultati rubati tra il 2003 e il 2005.
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RAGUSA. Nella vecchia dogana del porto di Pozzallo i sopravvissuti all'ennesima strage nel mare di Sicilia hanno ora tute e magliette pulite, cibo e acqua. Dicono che il peggio per loro è passato, anche se adesso dovranno fare i conti con la burocrazia della legge italiana perché rischiano il rimpatrio immediato. Sono in 179, la maggior parte proprio dentro quel capannone diventato da qualche anno il terminal dei disperati, una decina finiti negli ospedali della zona per sfinimento o per un principio di annegamento. Altri nove, invece, sono nella camere mortuarie: sono morti quando pensavano di avere raggiunto la meta.
Di sette, e tra questi anche uno degli scafisti, i soccorritori hanno trovato i cadaveri sulla spiaggia di Sampieri. Gli altri due cadaveri sono stati invece recuperati in mare. Ma nel bilancio di quest'altra tragedia mancano una ventina di clandestini, come ha detto il questore di Ragusa Girolamo Di Fazio. Non si sa se anche loro sono annegati o se, piuttosto, sono riusciti a fuggire prima che le forze dell'ordine riuscissero a chiudere i varchi della zona e a bloccare tutti, compresi due scafisti egiziani.
I sopravvissuti dicono che su quel vecchio barcone di legno ora arenato sulla spiaggia erano in duecento e sulla base di queste dichiarazioni, concordi, per tutta la giornata di ieri sono proseguite le ricerche, sulla terra ma soprattutto per mare, nonostante condizioni meteo difficilissime, con il mare in burrasca che ad ora di pranzo ha costretto le unità di Guardia costiera e Guardia di finanza a fare rientro nel porto di Pozzallo e i soccorritori a proseguire le ricerche solo con aerei ed elicotteri. Che cosa sia accaduto nella notte tra giovedì e venerdì sembra un film già visto, con un prologo che ha però innescato polemiche tra Italia e Malta. Il barcone, quasi certamente partito dalla Libia, giovedì sera era stato avvistato al largo dell'isola di Gozo.
Le autorità de La Valletta dicono, attraverso il sottosegretario alla difesa Toni Abela, che «il barcone era in acque internazionali» e che gli immigrati «hanno rifiutato i soccorsi» puntando verso le coste della Sicilia nonostante un mare forza sette e un vento di 35 nodi. «La prima segnalazione l'abbiamo avuta alle 19 - racconta il capitano Nazareno Laganà della Guardia costiera di Catania - abbiamo subito messo in mare due unità ma a mezzanotte hanno dovuto fare rientro perché le condizioni meteo erano proibitive. Alle 2,30 l'imbarcazione dei clandestini era già spiaggiata a Sampieri».
Sulla spiaggia, quando si è fatto giorno, c'erano abiti logori, decine di vecchie scarpe abbandonate e cadaveri, a distanza di qualche centinaio di metri l'uno dall'altro, tutti uomini, tutti senza un'identità certa anche se sembrerebbero maghrebini come, peraltro, sono la maggior parte dei sopravvissuti bloccati da polizia e carabinieri. Noumi, un tunisino ricoverato all'ospedale di Modica, dice di essere partito lunedi scorso da un porto libico e spiega: «Ci siamo buttati noi in mare, la barca era in balìa delle onde, quei ragazzi sono annegati perché non sapevano nuotare».
Donne migranti protagoniste per un giorno
Un convegno, una ricerca, una mostra fotografica e un video
REGGIO EMILIA (5 nov. 2005) - Marocchine, est europee, cinesi, sudamericane, africane, qualunque sia la provenienza geografica e l'origine etnica, il filo rosso che le accomuna è la loro condizione di donna prima ancora che di migrante. Tutte sono sospinte a trasferirsi nella nostra provincia per migliorare le condizioni di vita per sé, per la loro famiglia, per i propri figli. Sono un gruppo più chiuso rispetto ai migranti maschi e fortemente coeso a livello etnico, anche se non esiste una rete associativa che si costituisca appositamente con finalità di mutuo aiuto. La ricerca condotta dalla ricercatrice Catia Iori sulle donne immigrate a Reggio Emilia e presentata questa mattina all'Auditorium Peri nel corso del convegno "Protagoniste silenziose" promosso da Provincia, Consigliere di Parità e Comune di Reggio, mette in luce un mondo prima del tutto inesploratoche "ci conferma la doppia discriminazione derivante sia dal genere di appartenenza, sia dalla condizione di migrante. Di ciò dobbiamo tenere conto per suggerire politiche che si ispirino a questa duplice differenza. Tutte le strategie devono basarsi sulla connessione e sul contatto contro la separazione: comunicazione anziché mera tolleranza e celebrazione dei diversi modi di essere che portano al riconoscimento delle differenze per arrivare ad un'integrazione culturale tra i generi". Così le Consigliere di parità Natalia Maramotti e Donatella Ferrari hanno concluso stamane i lavori in una sala che non è riuscita a contenere centinaia di persone, per lo più donne, anche se quelle alle quali l'iniziativa era rivolta erano una sparuta rappresentanza. A doppia conferma di quanto sia difficile per le migranti uscire di casa e farsi protagoniste della loro vita.
Il meeting è stato aperto da Gina Pedroni, assessore comunale ai Diritti di cittadinanza e Pari opportunità e Marcello Stecco, assessore provinciale alla Solidarietà, cui hanno fatto seguito la presentazione della ricerca e gli interventi di Angelo Malagoli assessore all'immigrazione del Comune di Reggio, della sociologa Mara Tognetti Borgogna, dell'antropologa peruviana Pilar Saravia. "Anche la componente rosa dei flussi migratori - ha detto l'Assessore Stecco - ci consegna un fenomeno immigratorio sempre più strutturale, irreversibile e imprescindibile. Ne consegue che le politiche per l'immigrazione saranno sempre più le politiche non "per", ma "con" la società reggiana, il cuore di queste politiche è l'integrazione e la donna, sia essa immigrata o autoctona rappresenta una risorsa decisiva. Anche per questo l'ottimo lavoro presentato oggi, costituisce un patrimonio di qualità per tutta la comunità reggiana". Alle ore 11 nei Chiostri, è stata inaugurata la mostra fotografica di Nicoletta Acerbi e Piero Bruno "Donne migranti, una scelta, una speranza" e più tardi è stato proiettato il video "Femminile plurale". Una giornata dunque servita a togliere dall'anonimato migliaia di immigrate arrivate fin qui cariche di una sola speranza quella di trovare un mondo migliore.
fonte
Dossier immigrazione 2005, il 75% della spesa per il contrasto degli irregolari
Presentato a Napoli il Rapporto di Caritas/Migrantes (27/10/2005)
Il contrasto dell’immigrazione irregolare in Italia prevale sulle pratiche di integrazione. È questo, secondo il responsabile Area nazionale della Caritas Italiana, don Giancarlo Perego, il dato più rilevante che emerge dal Rapporto Caritas/Migrantes 2005. "Su 150 milioni di euro della spesa pubblica per l’immigrazione, ben 115, pari al 75%, sono spesi per contrastare l’immigrazione irregolare. Di questi 115 milioni, il 92% è usato per gestire i Centri di permanenza temporanea (Cpt), che riguardano poche persone rispetto alla portata del fenomeno migratorio in Italia. Solo il 25% dei 150 milioni di spesa pubblica, infine, viene speso per opere di integrazione".
A Napoli per presentare il Rapporto sull’immigrazione, don Perego ha lanciato alcune proposte per fare degli immigrati dei cittadini a tutti gli effetti. "L’immigrazione - ha detto - è un dato strutturale della società italiana, che si scontra con un sistema di rigidità dei permessi contrastante con le regole di un mercato del lavoro flessibile. Occorre ripensare agli strumenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma soprattutto servono politiche sociali ed economiche che facciano dell’immigrato non un soggetto passivo ma attivo dell’integrazione". Tra i percorsi possibili, don Perego ha indicato quelli in fieri in Campania, come la possibilità di concedere il voto agli immigrati o di impiegarli nel Servizio civile volontario. E a questo proposito è intervenuta anche l’Assessore alle Politiche sociali della Regione Campania, Rosa D’Amelio: "L’immigrazione è un elemento portante della nostra società, della quale abbiamo tenuto conto anche nella sperimentazione del Reddito di cittadinanza, a cui potevano accedere le famiglie in condizioni di estrema povertà, incluse quelle immigrate. Noi conosciamo bene cosa significhi l’immigrazione, perché ne siamo stati a nostra volta protagonisti una quarantina di anni fa, con i nostri immigrati in Nord America che con le loro rimesse hanno contribuito allo sviluppo economico della nostra regione. Oggi intendiamo valorizzare il ruolo delle donne immigrate, investire sul futuro dell’integrazione a partire dalle scuole, e procedere su un terreno di rete reale con l’associazionismo e il terzo settore. Intendiamo a breve approvare la legge regionale sull’immigrazione, perché gli immigrati devono essere soggetti che partecipano e costruiscono il futuro delle nostre città".
E a proposito di futuro, di fronte ai paventati tagli del 50% al Fondo per le politiche sociali, l’assessore D’Amelio non ha dubbi: "Le politiche sociali non si toccano. Siamo pronti a fare un mutuo ma non taglieremo nessun servizio".
Fonte: Redattore sociale, 27/10/2005
Qui la frontiera tra il Maghreb e l'Europa è difesa da una doppia barriera metallica alta da 4 a 6 metri e lunga 9,7km intorno a Ceuta e 8,2km a Melilla. A Ceuta e Melilla si concentra la pressione di migliaia di migranti provenienti dall'Africa sub-sahariana, che sognando l'Europa si avventurano in pericolosi viaggi attraverso il Marocco verso le due enclave spagnole. Negli ultimi anni le forze di sicurezza marocchine e spagnole hanno messo in atto forti misure di repressione verso gli immigrati clandestini. In un rapporto sull'immigrazione clandestina in Marocco, Medici senza frontiere documenta ripetuti gravi episodi di violazioni dei diritti umani attraverso le testimonianze e i referti medici degli immigrati visitati. (Gabriele Del Grande)JJJ, 24 anni, camerunese, si sveglia di botto alle grida dei suoi compagni. Ha appena il tempo di uscire dalle coperte e cercare un posto dove nascondersi. Gli uomini della polizia marocchina stanno rastrellando l'accampamento e arrestano gli immigrati clandestini. Un gruppo di miliziani ai comandi dei soldati lo trova, JJJ prova a scappare, gli lanciano delle pietre, viene colpito a un ginocchio e cade a terra. JJJ prova a rialzarsi, ma non riesce. La polizia lo trattiene in custodia alcune ore, poi lo accompagna alla frontiera con l'Algeria, dove viene abbandonato.
KKK, 20 anni, ivoriano. Durante il raid si nasconde assieme ad altri immigrati in uno dei rifugi nella foresta di Bel Younech, ma viene scoperto poco dopo da una pattuglia di agenti che setacciano l'area con i cani. Terrorizzato, prova a scappare, ma cade su una roccia e si ferisce al ginocchio. I soldati lo lasciano dove sta, perde molto sangue e non riesce a muoversi. Quattro giorni dopo l'incidente KKK viene trovato con la ferita infetta da una squadra di Msf.
AST, 28 anni, nigeriano, si trova nella stanza di un ostello di Tangeri dove vive con i suoi compagni. La porta si apre di colpo ed entrano due ufficiali di polizia. Esplode la confusione, AST è terrorizzato all'idea di essere arrestato ed espulso, è clandestino, prova a scappare dalla finestra ma accidentalmente cade dal cornicione di 10 metri rovinandosi al suolo. Perde coscienza. Il trauma cranico lo terrà 20 giorni in ospedale.
Sono le 9 del mattino, FRK e LNC, rispettivamente ghanese e nigeriano, viaggiano in treno da Oujda a Rabat con altri immigrati. Il treno è già partito quando un ufficiale della polizia chiede loro i documenti e ordina di arrestarli. Scoppia una colluttazione tra i due e gli agenti, durante la quale FRK finisce sotto le ruote del treno, che gli amputa entrambe le gambe. FRK perde immediatamente coscienza e si risveglia soltanto il giorno dopo in una corsia dell'ospedale di Taourit, dove da quattro mesi è ricoverato sotto la custodia della polizia. FRK ha 20 anni e teme che appena dimesso sarà espulso in Algeria.
FTM è una giovane donna nigeriana. Il 25 gennaio 2005 chiede aiuto a Msf dopo aver partorito nella foresta di Bel Younech dove era accampata. Il neonato soffre di un'infezione al cordone ombelicale. Viene trasferita con il bambino da Msf al reparto maternità dell'ospedale. Madre e figlio sono però immediatamente tradotti in un centro penitenziario dove sono detenuti per 5 giorni. Quindi, nonostante le condizioni del piccolo, vengono accompagnati al confine con l'Algeria, e là abbandonati.
ERN, camerunese. Nel 2002 lascia il proprio paese per tentare di raggiungere il fratello in Francia. A causa delle sue condizioni di salute, ERN è malato di Aids, contrae la tubercolosi nell'inverno del 2003. Sebbene in Marocco ERN sia clandestino, inizia il trattamento medico migliorando sensibilmente le sue condizioni. Il 20 aprile 2004, ERN è arrestato dalla polizia marocchina in un raid a Bel Younech e condotto alla stazione di polizia di Tetuan, dove rimane in custodia per 24 ore senza acqua né cibo, dopodichè, viene abbandonato al confine con l'Algeria. La sua salute peggiora seriamente. ERN prova quindi a tornare indietro ad Oujda dove è soccorso dal personale di Msf dopo essere stato derubato per strada. Msf lo trasferisce al reparto malattie infettive di Casablanca. Nove mesi dopo ERN è di nuovo arrestato e riportato a Tetuan. Nonostante le pressioni di Msf ERN è nuovamente condotto e abbandonato al confine con l'Algeria, in pieno inverno.
È il 6 ottobre 2004, AMN, senegalese, prova a superare la barriera che separa il Marocco dall'enclave spagnola di Ceuta. Mentre scavalca si accorge che i soldati marocchini lo hanno visto e si avvicinano. Nel panico salta da un'altezza di più di 4 metri, e si procura una profonda ferita e una frattura all'anca. Nonostante il dolore prova ad alzarsi e cerca di correre, ma la carne ferita si lacera ancora di più, cade a terra. I soldati lo prendono e, non curanti delle ferite, iniziano a picchiarlo. AMN non si muove. I soldati se ne vanno e lo abbandonano sul posto sanguinante. Dopo alcune ore viene trovato da un uomo che lo soccorre. Riesce a contattare i compagni dell'accampamento a Bel Younech, che lo riportano al rifugio e allertano Msf. Oltre alla frattura all'anca Msf diagnostica una frattura al braccio, rotto dai calci dei soldati.
È la notte del 3 gennaio 2004 quando ALX,28 anni, camerunese, riesce a superare la doppia barriera e ad entrare a Melilla. Ma la felicità dura un solo momento: viene subito arrestato dalla Guardia Civile spagnola. Gli agenti gli legano le mani con un filo di nylon e lo picchiano pesantemente prima di espellerlo nel territorio marocchino, dove lo lasciano a terra semi incosciente. ALX resta immobile a terra, le mani legate, per tre giorni. Non riesce a muoversi, mangiare o bere. Finalmente viene trovato e liberato da alcuni compagni. Da allora, a seguito della pressione causata dal filo di nylon con cui è stato legato, ALX soffre di gravi complicazioni motorie, vascolari e neurologiche ad entrambe le mani.
SNN, 24 anni, nigeriana. Il 3 luglio 2004 viene scoperta con altri due immigrati da tre guardie civili spagnole nell'enclave di Ceuta. SNN non corre abbastanza veloce e viene immobilizzata dagli agenti che la buttano al suolo e la prendono ripetutamente a calci nell'addome, nelle ginocchia e nel viso. A quel punto viene accompagnata da lato marocchino della barriera e abbandonata per strada.
È il 4 aprile 2004. OSS, 21 anni, nigeriana, è incinta da due mesi. Dopo un anno nella foresta di Bel Younech in attesa del viaggio a Ceuta è arrivato il suo giorno. Si incontra alle 4 del mattino con quattro uomini che la trasporteranno nella bauliera della propria auto fino all'enclave spagnola. A metà strada però la macchina si ferma: gli uomini chiedono ad OSS di uscire dalla bauliera e quindi la stuprano ripetutamente nonostante lei gridi che è incinta. I quattro quindi contattano il marito di OSS chiedendo un riscatto per il suo rilascio. La donna è tenuta in ostaggio per quattro giorni, in cui viene nuovamente violentata. Al pagamento del riscatto OSS è rilasciata e riportata all'accampamento di Bel Younech.
BLS, nigeriana, 25 anni. È in cinta da nove mesi e durante il viaggio nelle mani dei trafficanti partorisce. In seguito a complicazioni aggravate da una emorragia interna, viene abbandonata dai trafficanti con il neonato nella foresta di Mesnana. BLS viene trovata in mezzo alla strada nel distretto di Tangeri e soccorsa da un'ambulanza che la conduce con urgenza all'ospedale Mohamed V, in gravissime condizioni fisiche e mentali.
KRM, 14 anni, viene dalla Guinea-Conakry. Il 26 febbraio 2005, insieme a due compagni, tenta di scavalcare la doppia barriera che separa Ceuta dal Marocco. I tre controllano i movimenti dei soldati marocchini fino alle 3 del mattino, quando decidono di affrontare la prima barriera. La superano con rapidità e già sono arrampicati sulla seconda rete metallica quando vengono scoperti da due guardie civili spagnole. I ragazzi provano a scappare ma i militari riescono a prenderli. I militari portano i giovani al cancello della barriera e li spingono in territorio marocchino, sparando in aria per attirare l'attenzione di quattro militari marocchini dall'altro lato che accorrono immediatamente sul luogo dell'accaduto. I tre fuggono immediatamente, ma due di loro non ce la fanno. KRM viene diviso dal suo compagno e accompagnato da due militari in una grotta, dalla quale sente le grida dell'amico pestato dagli agenti. I due ufficiali si fanno dare da KRM i soldi che ha in tasca, quindi lo bendano con la sua maglietta e lo costringono a spogliarsi nudo e, mentre a turno uno di loro controlla l'ingresso della caverna, l'altro lo stupra. Dopo le sevizie i due minacciano di espellerlo in Algeria se racconta a qualcuno dell'incidente. Il caso di KRM viene divulgato 11 giorni dopo grazie ad un'associazione locale.
Una ricerca condotta da Caritas e ANCI, ripropone l'urgenza di riconoscere i migranti come nuovi cittadini, attori a pieno titolo della società non solo come lavoratori, ma in quanto soggetti della produzione sociale.
Il melting pot non trova casa
Vivere a Parigi Molte delle famiglie di immigrati sono poligame, situazione illegale in Francia. Solo quando l'uomo accetta di non abitare più con le sue mogli diventa possibile per loro affittare una casa. L'alto numero di vittime è dovuto inoltre al sovraffollamento degli appartamenti
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
Tragedia umana, famiglie distrutte, visibilità per un giorno di una povertà che rimane di solito nascosta e, contemporaneamente, la messa in luce di una situazione immobiliare diventata scandalosa, in una capitale europea che, secondo i dati resi pubblici ieri dalla Fnaim (il sindacato degli agenti immobiliari) è in Europa - dopo Londra e Roma - al terzo posto per il caro-affitti. I 48 morti in incendi di abitazioni insalubri degli ultimi cinque mesi a Parigi (24 morti il 15 aprile in un albergo vicino all'Opéra, 17 morti venerdì 26 agosto in boulevard Vincent Auriol e 7 decessi in rue du Roi-Doré, in pieno Marais, nella notte tra lunedì e martedì) ricoprono situazioni diverse tra loro - sans papiers alloggiati provvisoriamente dal comune di Parigi, immigrati regolari con lavoro regolare e figli francesi che occupavano uno stabile gestito da una filiale di Emmaus dell'Abbé Pierre, squatters senza permesso di soggiorno - ma hanno in comune uno stesso dramma, fatto di vite precarie ai margini del lusso di una capitale che poco per volta, ma a un ritmo sempre più accelerato, si sta trasformando in un salotto buono per i ricchi cosmopoliti. Ieri, come dopo le altre tragedie, i politici hanno fatto a gara nel ricorrere a parole di compassione e a belle promesse per il futuro. Il primo ministro Dominique de Villepin annuncerà giovedì «delle misure» per le case popolari, mentre il ministro degli affari sociali continua a insistere sulla sua promessa di costruire 500mila alloggi in cinque anni. Il sindaco (Ps) Bertrand Delanoë ha cercato una sistemazione per i sopravvissuti e ha lanciato un appello a governo e comuni limitrofi, perché «facciano la loro parte». Le associazioni denunciano la situazione, che colpisce soprattutto, come afferma Jean-Baptiste Eyraud del Dal, «la comunità africana e non è un caso: sono gli immigrati arrivati più tardivamente e sono quelli alloggiati peggio». Giovedì è previsto un sit-in in boulevard Vincent Auriol e sabato una manifestazione di solidarietà per tutte le vittime.
Ma nessuno ha una soluzione a portata di mano. 1,3 milioni di famiglie sono in lista d'attesa per ottenere una casa popolare - alcune famiglie del boulevard Auriol l'aspettavano da una decina di anni - di cui 102.500 nella sola Parigi. Ma nei circa 4 milioni di alloggi popolari esistenti in Francia, ormai il tasso di rotazione è calato al 10%, perché la classe media non ce la fa più ad affrontare il mercato privato dell'affitto o a diventare proprietaria, anche se quest'ultima soluzione è l'unica perseguita dai governi, di destra come di sinistra, per «liberare» degli alloggi a favore delle popolazioni più povere. Nell'abbozzo di programma socialista per il 2007, l'ex ministro delle finanze Dominique Strauss-Kahn, del resto, non propone nulla di diverso: favorire l'accesso alla proprietà degli affittuari degli alloggi popolari (il segretario Hollande propone di metterne sul mercato 120mila), mentre l'ex primo ministro Laurent Fabius avanza l'idea di una «copertura universale per la casa», sul modello della «copertura universale sanitaria», che permette a chi non ha la Sécurité sociale di avere dei servizi medici minimi gratuiti. A Parigi, città dove Jacques Chirac è stato sindaco per 18 anni, adesso la destra accusa Delanoë di aver sbagliato politica, scegliendo di acquisire le case insalubri occupate in vista di una ristrutturazione (33 milioni di euro stanziati, mentre ce ne vorrebbero almeno 125), invece di costruire nuove case (ma dove? un'inchiesta pubblica, realizzata mesi fa, ha rivelato che i parigini rifiutano la costruzione di nuovi grattacieli, considerati nocivi per l'estetica della città). Il comune afferma di avere le mani legate e accusa il governo di non stanziare sufficienti soldi per la casa e i comuni limitrofi di scaricare su Parigi centro i casi più disperati (esiste una legge che impone ad ogni comune un minimo del 20% di case popolari sul totale del parco immobiliare, ma i comuni più ricchi non la rispettano: la lussuosa Neuilly, per esempio, è a meno del 3%).
Appena eletto sindaco, Delanoë ha identificato circa un migliaio di stabili insalubri nel comune di Parigi e ha messo a punto un piano generale di ristrutturazioni. Oggi, sono ancora circa 700 ad essere non abitabili, anche se la metà è in via di ristrutturazione. Secondo i dati forniti dal comune, 2600 famiglie sarebbero state rialloggiate a Parigi negli ultimi tre anni. Per lo stabile andato in fumo nel Marais, il comune aveva impiegato tre anni ad acquisirlo (il vecchio proprietario, allettato dalla bolla immobiliare, chiedeva un prezzo impossibile). La gestione era da sei mesi nella mani della Siemp (Società immobiliare di economia mista della città di Parigi). Alcuni lavori erano già stati fatti - un minimo, sugli intonaci, per evitare il saturnismo che tra l'87 e il `90 ha colpito 4300 bambini a Parigi - ma per la ristrutturazione bisognava trovare una nuova sistemazione agli occupanti. Nel frattempo, per l'elettricità gli abitanti avevano fatto ricorso ad allacciamenti selvaggi. Solo le famiglie con regolare permesso di soggiorno vengono prese in considerazione dagli istituti Hlm, gli enti delle case popolari. Per gli altri, la responsabilità passa al comune, che, come nel caso dell'albergo bruciato nell'aprile scorso, li sistema alla meno peggio in hotel provvisori (nel 2004, il comune di Parigi ha speso quasi 10 milioni di euro per alloggiare provvisoriamente 750 famiglie in stato di assoluta precarietà). Le Hlm, inoltre, non possono prendere in considerazione tutte le situazioni di queste famiglie di ultima immigrazione, in maggioranza provenienti dall'Africa. Per esempio, quattro delle famiglie di boulevard Auriol sono poligame, situazione illegale in Francia. Sono state risistemate altrove, dopo che l'uomo e le due donne hanno accettato di non coabitare più: è questa l'unica soluzione legale, già sperimentata in altri comuni, di affittare l'alloggio alla donna, come famiglia monoparentale. Il gran numero di vittime degli ultimi tre incendi è anche dovuto al sovraffollamento di piccoli appartamenti o stanze. Ma esiste un rischio, nell'invocare l'intervento sistematico dei servizi sociali: in caso di constatazione di insalubrità, possono decidere di ritirare i figli ai genitori, situazione molto temuta da chi è già precario in tutto.
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PARIGI
Brucia il palazzo degli immigrati
E' strage di bimbi tra le fiamme
Almeno 17 persone, fra cui 14 bambini, sono morte nella notte per un incendio in un vecchio stabile di Parigi
*STRAGE DI IMMIGRATI L'edificio, nella zona sud-orientale della capitale francese, era occupato da cittadini del Senegal e del Mali. Nella struttura, di sette piani, vivevano 133 immigrati, tra cui 100 bimbi
*FAMIGLIE ASSISTITE L'edificio era gestito da associazioni umanitarie
*SI INDAGA L'origine dell'incendio non è chiara
*LO STRAZIO Chirac: 'Catastrofe spaventosa'
Parigi, 6 agosto 2005 - Inferno in un condominio abitato da immigrati africani a Parigi. Un incendio che si è sviluppato nella note in un edificio fatiscente ha causato la morte di 17 persone, tra cui 14 bambini.
Secondo le autorità le fiamme si sono propagate lungo la tromba delle scale e hanno devastato i sette piani del palazzo, costruito negli anni '20 nel 13mo distretto della capitale francese. Le vittime sono soprattutto originarie del Mali, del Gambia, della Costa d'Avorio e del Senegal. I feriti sono 23, due dei quali in gravi condizioni.
Le cause di uno dei più gravi incendi della Parigi post-bellica non sono ancora note, ma molti sono i punti in comune con il rogo del 15 aprile scorso in cui persero la vita 24 persone, anche esse immigrate, ospiti di un hotel.
Secondo la polizia nell'edificio all'incrocio tra Boulevard Vincent-Auriol e la rue Edmond-Flamand, vivevano 133 persone, tra cui 100 bambini. Tutte erano state indirizzate lì da organizzazioni umanitarie e l'edificio era amministrato dal gruppo privato France Europe Habitat.
«Era un palazzo fatiscente e pieno di topi» ha riferito un abitante del quartiere, «le scale di legno oscillavano». L'allarme è stato dato poco dopo la mezzanotte per un incendio che si era sviluppato tra il terzo e il settimo piano.
Il panico, come ha riferito il portiere del palazzo, Oumar Cisse, ha spinto alcuni a saltare giù dalle finestre. Lo stesso Cisse ha parlato di un edificio «terribilmente sporco, pieno di crepe e infestato dai ratti». «Era dal 1991» ha aggiunto «che aspettavamo di essere trasferiti in un posto migliore». Serge Blisko, vice presidente del 13mo arrondissement ha negato che il palazzo fosse in cattive condizioni igieniche e strutturali.
«Era stato requisito dallo stato e affidato all'organizzazione umanitaria Emmaus. Era vecchio, ma non era sporco».
Gli abitanti erano perlopiù famiglie che negli anni '90 avevano occupato abusivamente altri appartamenti della città.
«L'immigrazione clandestina non c'entra» ha puntualizzato Blisko, «tutta la gente che vi abitava è regolare».
Nello spegnimento del rogo, che ha richiesto tre ore, sono stati impegnati 210 vigili del fuoco e 50 autopompe. Sul luogo del disastro sono arrivati anche il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, e il sindaco della città, Bertrand Delanoe.
«Le scale sono state le prime a bruciare» ha riferito una fonte dei vigili del fuoco, «per questo la gente ha cercato scampo alle finestre». La maggior parte delle vittime sono state uccise dal fumo, ha aggiunto.
da ipsnotizie.it
DIRITTI:
Cerchi lavoro, trovi violenza e sfruttamento
Haider Rizvi
NAZIONI UNITE, 25 agosto 2005 (IPS) - Un nuovo rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, afferma che nonostante le discussioni affrontate due anni fa all’Assemblea generale, quasi nessun governo è riuscito ad intraprendere iniziative concrete o azioni significative per proteggere le lavoratrici donne immigrate che ogni giorno subiscono violenze entro le mura domestiche e sul posto di lavoro.
“Gli Stati membri non hanno adottato nessuna legge specifica sulla violenza contro le donne (negli ultimi due anni)”, dichiara il rapporto, che verrà presentato alla LX° sessione dell’Assemblea generale il mese prossimo, come previsto in una risoluzione adottata nel dicembre 2003.
Esprimendo “forte preoccupazione” per le continue denunce di gravi abusi e atti di violenza commessi contro le lavoratrici donne immigrate, la risoluzione sollecitava i governi ad intensificare i loro sforzi per difendere e promuovere i diritti umani e il benessere delle lavoratrici immigrate, mediante una solida cooperazione nazionale, regionale e internazionale.
Il tema della violenza contro le lavoratrici immigrate è presente nell’agenda dell’Assemblea generale sin dal 1992.
Il rapporto, basato sulle informazioni fornite dagli stessi governi, riferisce che su 134 risposte ricevute, 129 riguardavano la violenza contro le donne, mentre solo “alcune” erano relative alle misure per proteggere le donne immigrate dalla violenza e da altri abusi. Tra questi paesi: Azerbaijan, Belize, Giappone, Messico, Filippine, Arabia Saudita, Spagna ed Emirati Arabi Uniti.
Le risposte ufficiali ricevute dall’Onu suggeriscono che oggi le migrazioni coinvolgono sempre di più le donne.
Un rapporto dell’Indonesia, ad esempio, indica che le donne rappresentano più del 70 per cento dei 350.000 lavoratori indonesiani che cercano lavoro all’estero ogni anno. Le donne costituiscono più del 60 per cento della forza lavoro che lascia la Giamaica. Analogamente, quasi la metà dei lavoratori messicani che vivono negli Stati Uniti sono donne.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), i collaboratori domestici, di cui la maggioranza sono donne, rappresentano oggi un’ampia percentuale della popolazione di lavoratori migranti. In America Latina, costituiscono circa il 60 per cento delle intere migrazioni interne e internazionali. In Medio Oriente, migliaia di donne lavorano come colf, e la grande maggioranza proviene da Sri Lanka, Bangladesh, Indonesia e Filippine.
Lo scorso anno, un rapporto della Commissione per i diritti umani osservava che molte lavoratrici domestiche migranti finiscono per subire “abusi sessuali da parte dei datori di lavoro, dai loro figli o parenti, o da altri collaboratori domestici che vivono nella stessa casa”, e che molte “sono costrette a rimanere in casa e subiscono continue violenze sessuali”.
“Si riportava anche un alto numero di suicidi tra le collaboratrici domestiche migranti, che spesso soffrivano di depressione”, indica il rapporto, osservando che le donne che migrano come collaboratrici domestiche hanno molte probabilità di diventare vittime di traffico, soprattutto per l’assenza di un contratto di lavoro scritto. Le donne che emigrano in tali condizioni, al loro arrivo spesso scoprono di essere state reclutate per un altro lavoro.
Constatando che molte donne straniere subiscono violenza domestica ma non possono chiedere assistenza perché i loro permessi di soggiorno sono legati al coniuge, il rapporto sollecita misure per eliminare la discriminazione contro donne e ragazze rifugiate e immigrate riguardo al loro stato di residenza.
Si parla di Danimarca, Indonesia, Repubblica slovacca e Tanzania come di paesi con solide strategie nazionali per contrastare la violenza contro le donne.
Lo scorso anno, il Parlamento danese ha introdotto un periodo di attesa di 10 anni, durante il quale un cittadino straniero non può ottenere la residenza sulla base del matrimonio con un cittadino danese. Questo periodo di attesa si applica nei casi in cui uno straniero venga giudicato colpevole in ultima istanza per un crimine contro l’ex coniuge o il/la convivente, venendo condannato a una pena detentiva.
Deluso dall’azione generale dei governi, Annan ha detto che gli Stati dovrebbero “attuare in modo più sistematico misure di prevenzione mirate, come iniziative intese a migliorare la consapevolezza”, per educare le donne migranti e la popolazione circa i diritti dei lavoratori migranti.
Il rapporto cita Belize, Danimarca, El Salvador, Giamaica, Messico, Filippine e Tanzania, come nazioni che hanno avviato iniziative e campagne d’informazione sulla violenza contro le donne sui mezzi di stampa ed elettronici. Si stanno producendo pubblicazioni, brochure, pamphlet, poster, magneti e matite.
“I governi dovrebbero assicurare la formazione ai funzionari governativi, ai capi delle comunità, agli agenti responsabili dell’applicazione delle leggi, agli operatori sociali e ad altri soggetti che hanno a che fare con i lavoratori migranti, così da sensibilizzarli sui temi legati alla violenza contro le donne migranti”, ha detto Annan, aggiungendo che le vittime di violenza devono poter ricevere un rifugio e un’assistenza medica, sociale, fisiologica e finanziaria.
Il capo dell’Onu ha anche esortato le nazioni a ratificare gli accordi internazionali sui temi legati alla migrazione, in particolare la Convenzione Onu per la difesa di tutti i lavoratori migranti e i membri delle loro famiglie, la Convenzione contro ogni forma di crimine organizzato e tutte le relative convenzioni dell’OIL.(FINE/2005)
Canale di Sicilia: si cercano 139 migranti dispersi con il mare in burrasca Il gruppo di migranti attualmente dispersi era partito quasi una settimana fa su una imbarcazione di fortuna. Dallo stesso porto libico si erano imbarcati su una nave “gemella” anche altri 168 migranti africani (tutti uomini e solo tre donne, si presume per la maggior parte etiopi). Questa ha impiegato 6 giorni prima di arrivare, alle sette di martedì sera a Linosa, un piccolo straccio di terra dell’arcipelago delle Pelagie (a metà strada tra la Sicilia e l’Africa) che fa parte della provincia di Agrigento. Sono stati loro a raccontare ai funzionari di polizia, che ancora li stanno interrogando, dell’esistenza di una seconda imbarcazione, con la quale avevano perso il contatto giusto l’altro giorno. Nelle drammatiche testimonianze raccolte, molte delle quali lacunose e discordanti, si parla anche di corpi gettati in mare senza vita. Qualcuno tra i migranti afferma addirittura che ci sarebbe stata anche una terza imbarcazione partita dalla Libia, che però ha fatto dietrofront davanti al mare in burrasca e si sarebbe messa in salvo. Dalla Capitaneria però fanno sapere che non c’è stata mai una rilevazione radar di una seconda imbarcazione oltre a quella che è stata fatta approdare a Linosa. Nei giorni scorsi infatti, non si sa bene in che modo, c’era stato un contatto telefonico con un cellulare satellitare tra la Capitaneria e l’imbarcazione che si attendeva quindi arrivasse a breve. Si parla di una donna straniera che abita a Cuneo, forse una congiunta di qualcuno a bordo, che avrebbe allertato le autorità siciliane. La situazione a Linosa In attesa di notizie che si preannunciano non buone, la speranza a cui si aggrappa chi si è messo in salvo è che i loro compagni imbarcati in Libia, vedendo un mare così cattivo, abbiano deciso giorni fa di cambiare rotta e tornare indietro.
di red
Si moltiplicano gli sforzi per tentare di rintracciare il barcone con 139 migranti africani che da quasi una settimana sarebbe in balia delle onde nel Canale di Sicilia, da due giorni quasi impraticabile per il vento che spira da nord-ovest. Nelle operazioni di soccorso, coordinate dalla Capitaneria di porto di Palermo, sono impegnati in questo momento una motovedetta della Guardia Costiera, un elicottero, la nave Foscari della Marina Militare arrivata da Pescara e un aereo Atlantic, con a bordo medici specializzati e personale di soccorso. Dell’imbarcazione e dei suoi occupanti non si sa più nulla da alcuni giorni. Si sono perse le loro tracce presumibilmente a circa 12 miglia in acque internazionali. Dalla Capitaneria hanno fatto sapere: «La zona interessata è molto vasta, stiamo ispezionando un raggio di 50 miglia comprese tra il nord e il sud di Lampedusa». Alla Capitaneria di Palermo è stata attivata una operativa e si teme il peggio. Sono state allertate anche le autorità tunisine, libiche e maltesi.
Nella mattinata intanto i 168 "fortunati" che sono riusciti a raggiungere terra dovevano essere imbarcati su un aliscafo in direzione Lampedusa. Ma le strutture del centro di prima accoglienza possono attendere: con mare forza 4-5 e vento forza 7 da nord-ovest nè l'aliscafo nè il traghetto di linea della Siremar potranno lasciare gli ormeggi da Porto Empedocle. Di loro, "parcheggiati" sulla banchina di Linosa fino al primo pomeriggio, si sta prendendo cura il parroco dell'unica chiesa del paese. Sull’isola, che insieme a Lampedusa forma il comune delle Pelagie (nemmeno 5.700 abitanti in tutto), non esiste infatti un presidio comunale ne strutture sanitarie tali da arginare l’emergenza. In seguito si è deciso di trasferirli nel palazzetto dello sport dove avverrà una identificazione veloce: si chiederà loro di che nazionalità sono e se ci sono minorenni. Si attenderanno poi le disposizioni dalle prefetture di Palermo o Agrigento per decidere dei trasferimenti nei centri di permanenza.
AIUTARE senza CONFINI è un associazione di volontariato ONLUS che ha l'obiettivo di aiutare i profughi della guerra civile in Birmania. È stata fondata in Alto Adige e in Tirolo da giovani di ambo i sessi con l'unico scopo di aiutare scavalcando e superando non soltanto i confini geografici, ma soprattutto quelli mentali.
Il punto di partenza è la sofferenza dei profughi birmani,costretti a fuggire dalla violenza inumana inflittagli dai loro stessi connazionali. Da oltre 40 anni, particolarmente nelle zone remote ai confini del paese, è in corso una guerra civile nascosta agli occhi dell'opinione pubblica del mondo e, quindi, ignorata. Il regime cerca in ogni modo non solo di sopprimere le 136 etnie indipendenti della Birmania, l'attuale Myanmar, ma di sottometterle ed assimilarle cancellando le loro antiche tradizioni e culture.
![]() Per quanto può ancora ridere? |
http://www.aiutaresenzaconfini.org/
Scrivere senza alcuna eredità
di Assia Djebar
tratto da
Dedica a Assia Djebar
Figlie, non eredi. O piuttosto, aggirando la legge islamica: diseredate. Che non osino reclamare il dovuto - per decenza, diciamo per amore del silenzio, per...
Da noi, ogni padre esclude le figlie dall'eredità o, più precisamente, dà loro qualche cosa, ma proprio per permettere ai figli o ai fratelli di prendersi tutto. Così agisce ogni padre, anche se ha un cuore buono e non vorrebbe l'oppressione e l'iniquità. Non parla, perché anche lei, la figlia, taccia a sua volta. Su questi silenzi si potrebbero scrivere interi romanzi.
Su queste catene di rinunce si dovrebbero mettere in scena delle rappresentazioni teatrali, ma l'Islam non vuole il teatro, come si sa. O piuttosto, non ce n'è che uno: la liturgia del sangue di Hussein, del suo martirio.
Ma oggi, in terra algerina, chi conosce Hussein? E chi è Yazid, il suo carnefice?
Si potrebbe dire con certezza che l'assassinio di Hussein, il nipote del profeta, era scritto fin da quando era ancora bambino, fin dallo momento stesso in cui la madre sua, Fatima figlia di Mohamed, alzò la voce per protestare. Disse no: che non poteva sopportare di venire diseredata alla morte del padre; di essere brutalmente esclusa dal giardino del padre.
Proclamò il suo rifiuto, improvvisò la rivolta, esplose in versi di sdegno per la codardia dei suoi. Per sei mesi disse no e impose quel no allo sposo, ai cugini e a tutta la sua famiglia... Alla fine, ne morì.
Per non averlo scritto?
Circa cinquant'anni dopo, suo figlio si intestardì a proposito di quell'eredità e s'incamminò per Kerbala. Là giunto, venne percosso, trafitto, fatto a pezzi. Gli assassini si accanirono su di lui perché era l'erede di una donna. Un'eredità che non si poteva esigere e della quale si sarebbe dovuto tacere la perdita...
Fantasticando mi dico, improvvisamente, che per questo motivo il chador nero assume un tale valore simbolico sui capelli delle donne dell'Iran, sciita e febbricitante: perché le ragazze come le donne anziane dimentichino la tentazione di Fatima, perché tacciano la perdita dell'eredità, perché celebrino in tal modo anche la propria spoliazione.
Figlie, ma non eredi; escluse dall'eredità.
Con il Codice del diritto di famiglia (1984), l'Algeria "socialista" rende legale l'esclusione delle donne. Per loro si pone allora la scelta tra sentirsi vittime o volersi rivendicatrici e protestare - sull'esempio di Fatima, per il prezzo che lei ha pagato, prima con la morte precoce, poi con l'assassinio del figlio che, divenuto uomo, reclamava la sua eredità. Che errore!
L'esclusione dall'eredità ha la particolarità che vi cade addosso con il primo tradimento da parte degli uomini: soprattutto quello del padre che è l'unico che dona per amore. Lo sposo o i figli, gli altri donano, talvolta, ma sempre in cambio di... Vi ritrovate dunque diseredate e per decenza, per pudore, per heuchma, che vuole dire per vergogna, lasciate perpetrare l'ingiustizia su di voi. Strano è il pudore, compiacimento del segreto, riservatezza che diventa coazione colpevole.
Non potevate prevederlo, ma sarà poi la vostra spoliazione che trasmetterete, che lascerete in eredità: ovviamente alle vostre figlie. Un lamento delle donne di Gardaia dice: "Aprirò una finestra tra me e mia figlia..." La stessa eredità lascerete ai vostri figli. La legge coranica vi permetteva di cedere loro ciò che vi aveva lasciato vostro padre - con un gioco triangolare che, dopo tutto, favoriva la trasmissione, e ci aggiungeva una componente emotiva...
Per quel primo silenzio, dovuto forse a volontà di ascesi, non sapete più prevedere quale sarà la vostra fine: eccola. Al momento di abbandonare la vita, tenderete ai figli le mani vuote: Oh, occhi della mia anima, ricevete dunque la mia non-eredità!
Quelli dei vostri figli che sono troppo puri per farsi il sangue amaro approfitteranno di codesto non lascito per farne il punto di partenza per la loro avventura... Ma gli altri, la maggioranza, quelli che, in realtà, sono piuttosto i figli del vostro sposo, si rivolteranno contro le sorelle per obbligarle... a rinunciare in loro favore alla trasmissione paterna... E così, l'esclusione primitiva della madre produrrà una nuova spoliazione, subìta e imposta!
Nel mio paese, è questa ormai la sola occasione e il solo motivo di dialogo tra uomini e donne, e si ripercuote nelle perorazioni e nei procedimenti delle corti di giustizia. Per mia incapacità, abbozzo soltanto, a modo mio, il quadro di una tanto grande miseria, origine di violenza camuffata.
E la scrittura in tutto ciò? Quale dev'essere la scrittura della spoliazione? Che si possa, pur continuando a percepire l'afflato dell'ispirazione, forgiare nella parola scritta la nostra collera. Nelle "parole della tribù". Far vibrare la nostra voce.
Quattordici secoli dopo la "Figlia", prima ribelle dell'Islam, bisogna che sappiamo seguirne umilmente le tracce: che sappiamo trovare nella ombra di lei il fuoco della sua eloquenza. L'eloquenza di quella donna che ne fu bruciata per prima.
Ma se non si possiede l'arma del verbo pulsante, della parola fertile, l'acrimonia della parlata antica, il martellamento e il mormorio sordo della rabbia nelle arterie, come non ricadere nella palude dell'accettazione? Come evitare il contagio del silenzio?
Il canto antico certamente serviva alle donne - che fossero cantanti o poetesse, rawiyates o pazze e "possedute" - per dare il ritmo alla loro febbre impotente, alla fierezza offesa. Cantavano a condizione che dimenticassero il corpo, i capelli, gli occhi, il seno, la statura, l'andatura, il movimento puro... La voce sola poteva sussistere, senza lo sguardo. Voci di donne che se ne vanno, che si seppelliscono. Che piangono soprattutto.
Se fossi poetessa, seguendo l'esempio delle più grandi del periodo pre-islamico o dell'antichità islamica, non avrei pianto gli amici uccisi e martirizzati in terra algerina.
II pianto non si scrive. Graffia il corpo. Lo tortura. Nel migliore dei casi, diventa vento, tempesta, ma non un flusso di scrittura. La rabbia, se anche ti serra la gola e annoda la voce, almeno ti fa afferrare le redini delle parole per guidarle subito dove saranno scritte. Non scriverò nessuna deplorazione. La mia scrittura non si è mai fatta carico di un simile retaggio.
Nei dechras laggiù, dove i lamenti convenzionali cantano ancora amori melensi, con fitte note la voce si strazia all'infinito piangendo la separazione.
La mia scrittura non si alimenta di separazione: la colma; non si nutre di esilio: lo nega. Soprattutto, non vuole né desolazione, né consolazione. Malgrado la mancanza di eredi del canto profondo, la mia scrittura invecchia, gratuita. È scrittura del principio.
E nel mio isolamento, posso finalmente percepire la fortuna di non avere eredità.
Se, per scrivere, già ti sei privata della lingua materna, se il il dialetto del paese ti serve solamente per soffrire, oh che non ci si avventuri su fragile barca dove la festa esplode, nell'esplosione altera del dolore.
No. Voi donne singole e sole non direte mai "noi", non vi nasconderete dietro alla Donna. Né al principio, né alla fine, non sarete mai "portavoci". D'altronde, le vostre parole non vi portano lontano, non tendono all'orizzonte delle cantatrici soavi.
No. Voi direte "io" - l'io e il gioco sono soltanto per voi. Canterete, danzerete ed è proprio quello che volete scrivere, anche in piena catastrofe, proprio per via del naufragio,
Con gioia luminosa
Avete scoperto di potere uscire per camminare
Senza subire più attacchi.
"Sarete espulse subito,
Non appena manifesterete le vostre risa, anziché la malinconia.
Appena avrete trovato le parole per dichiarare la sfida,
Verrete lapidate.
Prima ancora di lanciare l'orda, vi avranno scacciate!"
No. In questo dialogo interiore che mi agita ribatterò caparbiamente: No.
Nell'aria miasmatica di Algeri, nei primi anni Ottanta, ho fiutato uno strano odore. Quello di una noia epidemica, di un deserto laggiù, sotto il blu del cielo, empireo spiegato sopra le strade sovrappopolate di uomini che si accalcano, si urtano tra loro... E non c'è più una donna che percorre quelle strade...
Ecco, sono dieci anni o più. Allora, inizialmente, la mia scrittura palpitava al ritmo di un passo che veniva di fuori, nell'esplorazione dei visi, delle nuvole, delle sfumature. Poi, mi sono espulsa da sola.
Non a sassate; senza ostracismo manifesto; nel rifiuto di un quotidiano che si pretende "popolare", e che mi avrebbe limitato e macchiato perfino di fuori, perfino fossi "nuda", cioè senza veli... Voglio dire senza il velo della illusione felice, del desiderio di finzione viva, di continua mobilità: insomma, senza il velo del romanzo.
Ormai, c'è un'eco nel sangue che scorre laggiù,
c'è un programma femminile che dobbiamo scrivere,
che dobbiamo vivere:
scrivere per vivere.
E, nell'astenia della mia lingua d'infanzia e
di retaggio, è invece seminato dalla lingua francese, non trasmessa da
alcuna genealogia
in qualche solitudine
dell'altrove:
di un'altra terra altrove,
dove fare il vuoto.
O fare scorrere il silenzio
e suturare la rottura?
Non scriverò se non nella vita, compreso il vuoto della vita,
nella fuga solitaria che, al suo termine ultimo,
per non rabbrividire, si trasforma in "solidale".
Scrittura di diseredata, per dire ancora il sole.
A mio avviso, la scrittura delle donne del Maghreb è spesso una fuga e comunque una sfida. Forse, nella sua parte più fertile, è anche memoria salvata che brucia e ci sospinge avanti. Come tutte le letterature del Terzo Mondo, discende dalla parola orale. È nella ricerca di questa fonte oscura che dalla parola scritta siamo tentati di abbeverarci al fiume sotterraneo della memoria, troppo spesso occultato, dal quale scaturisce la cultura in divenire. A maggior ragione, questa considerazione vale quando si tratta di donne delle quali la parola solo raramente è riconosciuta, come d'altronde il corpo. Per tutte le donne che sono qui, scrivere ci riconduce a una doppia proibizione, allo stesso tempo dello sguardo e del sapere. Scrivere, per la maggior parte delle mie sorelle, è scontrarsi inevitabilmente con il muro del silenzio e dell'invisibilità. Nello stesso tempo, nasce un'urgenza per via della quale il fatto di scrivere può diventare "scrivere per", cioè un impegno del verbo, una scrittura appassionata e combattiva. È una potenzialità, ma, secondo me, siamo ancora molto lontani da una consapevole iniziativa generale.
Vorrei quindi terminare evocando Maria Zambrano, donna andalusa che fu rifugiata politica oltre Atlantico nel '36, esiliata, per le sue opere politiche e filosofiche; e poi in Svizzera, prima di ritornare e morire a Madrid. Di questa donna che ha affrontato tante battaglie e ha saputo così drammaticamente evocare Antigone agli Inferi, voglio citare questa frase: "Ciecamente la vita continua a generare esseri che chiedono di vedere. Alcuni tra quelli riescono a crearsi le proprie luci senza bruciarsi, né bruciare". Le donne del Maghreb, che scrivono, reclamano di vedere e tutta la loro letteratura non può che iscriversi se non nella ricerca di proprie luci, "senza bruciarsi, né bruciare".
La mia società, algerina, attualmente cieca, è alla ricerca disperata di specchi. Nella sua corsa al suicidio, questa ricerca di luci sarebbe veramente una grazia insperata.
| Ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia | |
| Aggiungi la tua firma | |
Cari amici, care amiche, vi scriviamo, pensiamo, a nome di milioni di persone, di quei milioni di uomini e donne che nel nostro paese si sono opposti e si oppongono alla guerra. Vi scriviamo per offrire la nostra solidarietà dopo il terribile attentato di Londra. Pensiamo che queste bombe colpiscano anche voi. Vi hanno colpiti perchè tra le vittime delle bombe ci sono cittadini britannici di religione musulmana. Vi colpiscono perché chi le ha messe ha utilizzato, infangandola, la religione in cui credete. Vi colpiranno, perché faranno crescere il razzismo e la xenofobia, anche tra la gente comune, nel nostro paese. Siamo scandalizzati che alcuni giornali e commentatori politici continuino a definire terrorismo "islamico" un'azione che offende l'umanità che la vostre religione esprime. Siamo preoccupati per il fatto che questo attentato viene preso a giustificazione per continuare le guerre che colpiscono vostri correligionari, per giustificare la repressione di chi nei vostri paesi si oppone a governi dispotici. Vi offrimo la nostra solidarietà, come sempre abbiamo fatto, anche per le tante vittime delle guerre che attraversano i vostri territori. Non sono guerre fatte in nostro nome, come le bombe di Londra, sappiamo, non sono in vostro nome. Non permettiamo che i signori della guerra e del terrore trascinino il mondo in quello che loro chiamano "scontro di civiltà"! Questo può e deve essere evitato, lo possiamo fare insieme. Un saluto fraterno dal "popolo della pace". Fabio Alberti (Un ponte per...) Vittorio Agnoletto(GUE – Sinistra unitaria europea) Gino Barsella (Sdebitarsi) Giuseppe Beccia (Unione degli Studenti) Gianfranco Benzi (CGIL) Marco Berlinguer (Transform Italia) Marco Bersani (Attac - Italia) Maurizio Biosa Raffaela Bolini (ARCI) Nadia Cervoni (Donne in Nero) Raffaella Chiodo Karpinsky (Sdebitarsi) Luigi Ciotti (Gruppo Abele) Lisa Clark (Beati i costruttori di pace) Associazione Culturale Punto Rosso Giorgio Dal Fiume (CTM - Altromercato) Cecilia Dall'Olio (Focsiv) Tonio Dall'Olio (Pax Christi) Unione degli Universitari Nadia Demond (Marcia Mondiale delle Donne) Gianni Fabris (Altragricoltura) Tommaso Fattori (Firenze Social Forum) Nella Ginatempo (Bastaguerra) Maurizio Gubbiotti (Legambiente) Giuseppe Iuliano (Cisl) Flavio Lotti (Tavola della pace) Filippo Mannucci (Mani Tese) Giulio Marcon (Sbilanciamoci) Sergio Marelli (Associazione ONG Italiane) Pero Maria Maestri (Guerre & Pace) Alessandra Mecozzi (FIOM) Luciano Muhlbauer (Sincobas) Alfio Nicotra (Rifondazione Comunista) Maso Notarianni (Emergency) Luigia Pasi (Sincobas) Anna Pizzo (Carta) Gabriele Polo (Il Manifesto) Fabio Protasoni (ACLI) Giampiero Rasimelli (Forum del Terzo Settore) Franco Russo Raffaele Salinari (Terres des Hommes) Gabriella Stramaccioni (Libera) Pierluigi Sullo (Carta) Antonio Tricarico (Campagna Banche Armate) Riccardo Troisi (Rete di Lilliput) Rosita Viola (Consorzio Italiano Solidarietà) |
Formazione extracomunitari: le proposte di Enaip Piemonte
corsi gratuiti in tutte le sedi dislocate nelle Province della Regione
Gli immigrati si stanno rivelando un aiuto insostituibile per le famiglie italiane, oltre che una risorsa indispensabile sia per la crescita della popolazione sia per le imprese del nostro Paese.
Le attività di Enaip Piemonte in materia di Immigrazione e Formazione Interculturale intendono porsi l’obiettivo di elaborare strategie progettuali che permettano alle comunità locali di relazionarsi in maniera consapevole, aperta e dialogica con il fenomeno migratorio, contribuendo alla formazione di un futuro multiculturale, basato sulla valorizzazione delle differenze in un contesto di civile e pacifica convivenza.
A questo fine l’Ente di Formazione Professionale delle Acli del Piemonte, in stretta collaborazione con il contesto produttivo delle rispettive province e con le istituzioni internazionali progetta ed eroga percorsi formativi per extracomunitari. I corsi gratuiti prevedono formazione linguistica, formazione tecnica e socio-economica ed un eventuale accompagnamento all'inserimento lavorativo.
• OPERATORE SOCIO SANITARIO - Modulo finale – Enaip Acqui Terme - 400 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA FAMILIARE – Enaip Alessandria- 240 ore
• TECNICO SERVIZI COMMERCIALI- Enaip Asti - 600 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA FAMILIARE – Enaip Cuneo - 240 ore
• MEDIATORE INTERCULTURALE – Enaip Cuneo- 600 ore
• OPERATORE SOCIO SANITARIO - Modulo finale – Enaip Cuneo - 400 ore
• TECNICHE PER L’ACCOGLIENZA TURISTICA IN LINGUA RUSSA– Enaip Domodossola - 100 ore
• SALDATURA - MIG-MAG – Enaip Grugliasco -600 ore
• SALDATURA - TIG – Enaip Grugliasco - 600 ore
• SALDOCARPENTERIA LEGGERA- Enaip Grugliasco - 600 ore
• MEDIATORE INTERCULTURALE- Enaip Grugliasco - 600 ore
• ELEMENTI OPERATIVI SU PC- Enaip Moncalieri - 250 ore
• MEDIATORE INTERCULTURALE- Enaip Novara 600 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA FAMILIARE – Enaip Novara 240 ore
• OPERATORE DI GIARDINAGGIO - Florovivaismo – Enaip Novara 500 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA FAMILIARE – Enaip Oleggio 240 ore
• OPERATORE C.A.F. – Enaip Rivoli - 600 ore
• ADDETTO SERVIZI AI PIANI – Enaip Rivoli 500 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA AI SERVIZI ALL'INFANZIA – Enaip Rivoli 240 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA FAMILIARE – Enaip Serravalle Sesia - 240 ore
• MECCANICA DI BASE – Enaip Serravalle Sesia - 200 ore
• ELEMENTI DI ASSISTENZA FAMILIARE- Enaip Settimo - 240 ore
• ADDETTO SERVIZI AI PIANI- EnaipTorino - 500 ore
• ELEMENTI DI IMPIANTI ELETTRICI CIVILI- Enaip Vercelli - 200 ore
Per informazioni visitare il sito internet www.enaip.piemonte.it, chiamare il numero verde 800 992002 o contattare la sede Enaip in cui si intende frequentare il corso. I corsi sono in attesa di approvazione e finanziamento delle rispettive Province.
di Ilaria Miglio
Per informazioni sui corsi è possibile contattare il numero verde 800 99 20 02
oppure direttamente le segreterie dei nostri centri En.A.I.P. in Piemonte
La procedura di assunzione dei lavoratori extracomunitari
Operai a tempo indeterminato, lavoratori stagionali, badanti: sono le attività che vedono impiegate spesso persone provenienti da Paesi stranieri non appartenenti all'Unione e pertanto soggette a una disciplina specifica. Per i datori di lavoro ci sono alcune regole precise da rispettare e, soprattutto, il sostegno fornito da parte degli sportelli unici per l’immigrazione istituiti presso ogni Prefettura-U.T.G. in sostituzione delle Direzioni Provinciali del Lavoro
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Il Ministero dell’Interno e il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali hanno emanato la circolare contenente le disposizioni attuative per la costituzione dello sportello unico per l’immigrazione in ogni Provincia presso la Prefettura-Ufficio Territoriale del Governo, con nota inviata alle Prefetture-U.T.G. e alle Direzioni Provinciali del Lavoro, in attuazione delle nuove norme dettate dalla Legge sull’immigrazione (Legge 30 luglio 2002, n. 189) che hanno attribuito la competenza al rilascio delle autorizzazioni all’ingresso e all’assunzione di stranieri extracomunitari residenti all’estero nuovi sportelli unici per l’immigrazione istituiti presso ogni Prefettura-U.T.G. in sostituzione delle Direzioni Provinciali del Lavoro. I due Ministeri hanno deciso univocamente di procedere all´adozione di una struttura estremamente snella, nella quale lo sportello unico (che diverrà operativo a partire dalla data della sua costituzione con apposito decreto del Prefetto [1]) rappresenta il referente istituzionale e decisionale di tutti i procedimenti attribuiti alla sua competenza dalla legge e dal regolamento di attuazione (rilascio del nulla osta al lavoro e al ricongiungimento familiare, con successiva consegna dei relativi permessi di soggiorno), mentre l’attività istruttoria rimane pertinenza delle Direzioni Provinciali del Lavoro e delle Questure. Va aggiunto, inoltre, che, come precisato nella Circolare Ministero del Lavoro, con Circolare 24 febbraio 2005, prot. n. 23/910, l’operatività dello sportello unico è subordinata, in via preliminare, all’emanazione del decreto del Ministero dell’Interno e Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per la definizione degli elementi, delle caratteristiche e della tipologia della modulistica, anche informatizzata, per la documentazione, le istanze e le dichiarazioni previste per le esigenze dello sportello unico, avendo previsto, la medesima Circolare, l´avviamento dell´istruttoria delle pratiche da parte delle singole amministrazioni interessate, ferme restando la presentazione delle domande e comunicazioni alla Prefettura-UTG e l’adozione del relativo provvedimento finale da parte dello sportello unico, sino all’attuazione degli adempimenti preliminari previsti dalla legge per l´operatività dello sportello unico. L’instaurazione del rapporto di lavoro con lavoratori extracomunitari segue una particolare disciplina riassumibile in cinque fasi:
Si ricordi che nella richiesta di autorizzazione effettuata dal datore di lavoro allo Sportello unico per l´immigrazione devono essere allegati i seguenti docunmenti:
Si ricordi infine che, ai sensi dell’art. 7 del D.Lgs. n. 286 del 1998, chiunque a qualsiasi titolo fornisca alloggio ovvero ospita uno straniero o apolide, anche se parente o affine, o lo assuma alle proprie dipendenze è tenuto a darne comunicazione scritta, entro quarantotto ore, all’autorità locale di pubblica sicurezza. Per semplificare tutti gli adempimenti è raccomandato il ricorso all´impiego dei moduli predisposti dal Ministero del lavoro con Circ. 8 marzo 2005, n. 9/2005.
NOTE: |
Basta ipocrisia: gli immigrati che lavorano nei campi del Sud sono privati di qualunque diritto e tutela. Allarmanti le condizioni di salute
(31 marzo 2005)
31 marzo 2005 - Condizioni di vita inaccettabili per un Paese civile, mancanza di qualsiasi forma di assistenza o tutela, esposizione a maltrattamenti e soprusi, condizioni di salute a dir poco precarie.
E’ il quadro che emerge da un Rapporto redatto dall’associazione umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere (MSF) sui lavoratori stranieri impiegati stagionalmente nell’agricoltura nel Sud d’Italia, presentato oggi a Roma e intitolato "I frutti dell’ipocrisia. Storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto."
Un esercito di uomini (e in qualche caso anche donne) giovani, scappati da guerre e miseria e arrivati in Italia alla ricerca di una vita più dignitosa. Questi lavoratori sono sempre più indispensabili per l’agricoltura del Sud, eppure restano "invisibili", ignorati e privati dei diritti più essenziali, in una sorta di ipocrisia collettiva che coinvolge il Governo, gli enti locali, le associazioni di produttori, i sindacati, le Asl, gli enti di tutela fino ai consumatori che acquistano primizie e ortaggi probabilmente ignari dei gravi soprusi che stanno dietro alla raccolta.
Durante tutta la stagione 2004 (da aprile a dicembre) un’équipe di MSF - un coordinatore, 2 sanitari, un operatore umanitario, 2 mediatori culturali- si è spostata con una clinica mobile attraverso le Regioni del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria) toccando le località in cui, di volta in volta in relazione alle colture, si concentrano gli stranieri in cerca di lavoro.
Nel corso del progetto MSF ha visitato e intervistato 770 persone (su un totale stimato di 12mila lavoratori stagionali immigrati impiegati in agricoltura nel Sud Italia). I risultati dell’inchiesta sono allarmanti: la grande maggioranza dei lavoratori incontrati vive in condizioni igieniche e alloggiative inaccettabili e non rispondenti agli standard minimi fissati dall’Alto commissariato ONU per i Rifugiati (Unhcr) per l’allestimento di campi profughi in zone di crisi:
il 40% delle persone visitate vive in edifici abbandonati; il 36% vive in spazi sovraffollati; più del 50% non dispone di acqua corrente nel posto in cui vive; il 30% non ha elettricità; il 43,2% non dispone di toilette; la maggior parte dei lavoratori immigrati riesce a mangiare solo una volta al giorno (per lo più la sera), anche nelle giornate in cui lavorano nei campi per 8-10 ore; il 48% dei lavoratori intervistati ha dichiarato di percepire 25 euro o meno per giornata di lavoro; molti riescono a trovare lavoro solo per 3 giorni a settimana e le loro entrate sono quindi molto ridotte; il 30% dei lavoratori deve pagare di tasca propria al caporale il trasporto fino al luogo di lavoro (in media 5 euro al giorno). E’ dunque naturale che il 53,7% dichiari di non riuscire a inviare alcuna somma di denaro nel Paese d’origine. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di aver subito qualche forma di violenza, abuso, o maltrattamento negli ultimi 6 mesi in Italia. Nell’82,5% dei casi l’aggressore era un italiano.
Quasi a tutti gli immigrati che hanno richiesto una vista sono state effettivamente diagnosticate una o più patologie. Il 50,9% delle malattie diagnosticate sono di origine infettiva: soprattutto patologie dermatologiche (23,6%); parassiti intestinali e malattie del cavo orale (15,5% ciascuna); malattie respiratorie (14,3%, inclusi 12 casi di tubercolosi). Le malattie più gravi si riscontrano negli stranieri che vivono in Italia da più tempo (18-24 mesi). Il così detto "intervallo di benessere" (tempo che passa dall’arrivo in Italia all’insorgere della prima malattia) si sta sempre più accorciando. Il 10% degli stranieri necessitano di assistenza sanitaria dopo un mese dall’arrivo in Italia; il 39,7% manifesta questo bisogno dopo un periodo compreso tra 1 e 6 mesi.
L’accesso all’assistenza sanitaria pubblica sembra però un miraggio per questi lavoratori. La legge italiana prevede che tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti (compresi richiedenti asilo e rifugiati) beneficino di un’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) alle stesse condizioni degli italiani; gli stranieri irregolarmente presenti sul territorio, in caso di necessità di cure mediche, possono accedere alle strutture pubbliche con la garanzia dell’anonimato (e quindi senza correre il rischio di essere espulsi) grazie al rilascio di un codice numerico detto STP (straniero temporaneamente presente). Questi diritti restano solo sulla carta per la maggior parte degli stranieri impiegati in agricoltura: nonostante la legge, il 75% dei rifugiati, l’85,3% dei richiedenti asilo e l’88,6% degli stranieri irregolarmente presenti visitati da MSF non beneficiava di alcun tipo di assistenza sanitaria.
Il 23,4% dei lavoratori intervistati da MSF sono richiedenti asilo. Il 6,3% sono rifugiati; il 18,9% ha un permesso di soggiorno per motivi diversi dal "lavoro stagionale" (studio, lavoro di altro genere, famiglia, etc.); il 51,4% non ha alcun permesso di soggiorno valido. Nessuno degli stranieri visitati da MSF godeva del contratto di lavoro previsto dalla legge per gli stagionali impiegati in agricoltura.
"Tra poche settimane migliaia di lavoratori stranieri affolleranno di nuovo le campagne del Mezzogiorno - dice Andrea Accardi, coordinatore dello studio di MSF -. Non si può continuare a ignorare la situazione. Le istituzioni italiane dovranno immediatamente provvedere a garantire agli stranieri che lavorano nelle campagne le condizioni minime di accoglienza (alloggio decente, acqua potabile, cibo sufficiente, etc). Queste soluzioni di emergenza, se pur necessarie, non potranno in ogni caso essere considerate una risposta efficace a un problema strutturale che richiede un profondo ripensamento di meccanismi che regolano l’ingresso e la permanenza in Italia di lavoratori stagionali stranieri. Gli strumenti fin qui utilizzati hanno infatti dimostrato di essere fallimentari nel Sud e di produrre condizioni di sfruttamento e malattia inaccettabili".
"Le istituzioni e la società civile italiane non possono permettere che decine di migliaia di persone continuino ad ammalarsi mentre lavorano i nostri campi – aggiunge il responsabile dei progetti immigrazione di MSF in Italia, Loris De Filippi -. Non possiamo più accettare che malattie infettive facilmente prevenibili con condizioni di igiene adeguate colpiscano buona parte degli stranieri che raccolgono le primizie del Sud. Non possiamo far finta di non vedere questa moltitudine di esseri umani che arriva in Italia fuggendo da guerre e povertà e si trova ammalata dopo meno di 6 mesi trascorsi nel nostro Paese. Non possiamo tollerare che a questi lavoratori sia negato il più elementare diritto all’accesso alle cure".
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Mesagne, 23/06/2005
Domenica si riunisce il Laboratorio per i Diritti dei Migranti
Il Laboratorio per i Diritti di Migranti è una rete di singoli, associazioni, collettivi, sindacati del territorio brindisino, costituitasi a Mesagne da circa quattro mesi per dare voce e spazio a chi è rinchiuso nei vari Cpt (Centri di Permanenza Temporanea) nei quali gli immigrati privi di permesso di soggiorno, senza che abbiano commesso alcun reato, vengono imprigionati prima di essere esplusi.
La “colpa” dei soggetti rinchiusi è esclusivamente di ambire a condizioni di vita dignitose e di fuggire dalle guerre e dalle povertà causate dall’occidente.
Il movimento di opposizione ai Cpt è vecchio quanto la legge che li ha introdotti, ed oggi vede con soddisfazione la presa di posizione della giunta regionale pugliese assieme a quella della Basilicata ed altre 6 regioni del centro-nord.
Il Laboratorio ha dato vita alla prima manifestazione davanti al Cpt di Restinco che ha visto una partecipazione numerosa della popolazione locale, ed intende proseguire questa mobilitazione fino alla sua chiusura.
Nell'ultima riunione si è sentita la necessità di costruire un ambito di discussione regionale, al fine di mettere in comunicazione le differenti esperienze che operano sul territorio.
La discussione è aperta a tutti coloro che voglio essere coinvolti in questo percorso; la riunione è fissata per domenica alle 18,00 a Mesagne in via E. Santacesaria.
Per info: labmigranti@libero.it - 348-2215001
La sede si raggiunge entrando nel centro storico dalla Porta Grande e svoltando alla seconda strada sulla sinistra.
COMUNICATO STAMPA LABORATORIO PER I DIRITTI DI MIGRANTI
I banchi azzurri mi guardano. Mi gettano certe occhiate. Io conosco soltanto i banchi color legno, del mio paese, pieni di scritte che non bastavano mai a contenerci tutti. Eravamo in cinquanta, potevamo giocare a spintoni. Qui siamo dodici, tutti in fila ordinati. Chissà se un giorno potrò avere un amico con cui giocare. Sono così pochi i bambini qui. Questi banchi sono azzurri e non ci si può scrivere sopra. Sono lisci. Come tutto qui. Anche la faccia della maestra è liscia, sembra che il tempo non lascia segni né sui banchi né sulle facce. Sarà vero? Mah.
Non si vedono i muri di questa classe, ci sono foto, scritte, disegni, bambole e tante altre diavolerie che non si sa quale è il colore dei muri. Ci sono tante finestre, ma poca luce. Non si sentono gli uccelli cantare. Ogni tanto passa un treno e tutto trema.
Mio padre ieri ha detto: "Cerca di essere bravo, qui si devono fare tanti sacrifici". All'inizio non ho capito bene cosa intendeva dire, credevo che bisognava sacrificare tanti montoni, come quando c'è la festa dell'Aid, per poter andare a scuola. Poi ho capito che in un paese ricco, non si può vivere da poveri. Chissà se devo fare anch'io dei "sacrifici".
Oggi la maestra mi ha detto: "Quando parli alle persone le devi guardare negli occhi", ma a me la nonna ha sempre insegnato di non guardare le persone in faccia: "Solo gli animali si guardano negli occhi" mi diceva. Per aiutarmi a guardare le persone negli occhi, da una settimana si siede a fianco a me Ahmed, anche lui è del mio paese. Quando si è presentato e ha parlato con me nella mia lingua mi è sembrato così strano quel suono che quasi quasi non capivo cosa mi diceva. Mi ha detto "Non ti preoccupare imparerai in fretta l'italiano" ma quando l'ho sentito parlare questa lingua mi sono preoccupato subito, perché io la lingua la conosco nella mia testa e ho capito subito che lui la parla malissimo. Chissà perché non mi mettono vicino un italiano così imparo da lui. Comunque devo impararla in fretta perché la mamma ha bisogno quando deve andare a fare acquisti. Io l'italiano lo so benissimo. Nella mia testa.
Nota biografica
Tahar Lamri è nato ad Algeri. Laureato in Legge, vive a Ravenna dove svolge attività di consulente per il commercio con l'estero e di docente di lingua e letteratura araba presso l'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente. Ha partecipato a numerosi incontri, seminari, conferenze e attività culturali tra cui, nel dicembre 1997, la presentazione presso la biblioteca Delfini di Modena dell'incontro sul premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz, con lettura di brani; e un intervento al Convegno Internazionale "Migrazioni, interazioni e conflitti nella costruzione di una democrazia europea" con il paper "Mettere in scena l'alterità" (Università degli Studi di Bologna). La sua molteplice attività artistica si è concretizzata in particolare nella produzione di un videoracconto dal titolo La casa dei Tuareg, presentato al teatro Rasi di Ravenna, nella narrazione teatrale wolf o le elecubrazioni di un kazoo per Ravenna Teatro. Nel giugno 1995 ha vinto il premio sezione narrativa del concorso letterario Eks&Tra - Rimini (opere raccolte nel volume Le voci dell'arcobaleno, Fara Editore) con il racconto Solo allora sono certo potrò capire. È del 1999 la pubblicazione della traduzione americana del suo racconto Solo allora sono certo potrò capire (tranl. by Gerry Russo), nell'antologia Mediterranean Crossroads (Fairleigh Dickinson University Press - associated University Press)Dal 1997 è stato membro della giuria del concorso Eks&Tra. Ha partecipato al CD musicale Metissage, con "I Metissage" e Teresa De Sio, con il pezzo La ballata di Riva (SOS Razzismo - Il Manifesto 1997). Lo spettacolo Il pellegrinaggio della voce è stato presentato nel 2001 a Santarcangelo di Romagna nell'ambito della rassegna "Eirene". A Malo ad AZIONE INCLEMENTI lo stesso spettacolo è stato messo in scena con la collaborazione di Ennio Sartori per i testi e di Stefano Bellanda per la colonna sonora.
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da estense.com
È stata presentata in Castello la campagna di raccolta firme per la sottoscrizione di due petizioni popolari, di cui una per ratificare la convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie e la seconda per la cittadinanza europea di residenza.
Un’iniziativa posta significativamente sotto il titolo: “diritti senza confini”, con lo scopo di estendere la sfera delle tutele ai migranti.
“Per questo – ha spiegato Ennio Santolini, responsabile del dipartimento sul mercato del lavoro della Cgil di Ferrara – si è costituito un comitato promotore nazionale presieduto dall’eurodeputato Bruno Trentin e con autorevoli adesioni del mondo della cultura, dell’economia e della società”.
La mobilitazione, che è scattata in tutti i Paesi dell’Unione europea, si pone la finalità di raccogliere almeno un milione di firme a sostegno delle due petizioni entro la data simbolica del 18 dicembre 2005, giorno della ratifica della Convenzione Onu e giornata mondiale del migrante.
“Anche a Ferrara si è costituito un Comitato promotore locale – ha continuato Santolini – con l’adesione di Cgil, Cisl e Uil, delle forze del centrosinistra Ds, Margherita, Sdi, Rc e Verdi, delle giunte di Comune e Provincia di Ferrara, di alcuni docenti dell’Università di Ferrara e delle associazioni: Arci, Udi, Associazione Donna e Giustizia, Viale K, Meeting, Cittadini del mondo, Mondo e Mondounico di Cento, Coop Camelot, Sinistra giovanile, Studenti universitari Rua, oltre a Franco Mosca, dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione, e Massimo Cipolla e Andrea Benini, rispettivamente consulente legale e responsabile Csii per la provincia di Ferrara”.
Durante l’incontro di presentazione è giunta l’adesione anche della Caritas diocesana.
“Un’iniziativa alla quale il Comune di Ferrara ha aderito con convinzione – ha detto l’assessore con delega alla Cooperazione internazionale, Alessandra Chiappini – perché si pone sulla strada del riconoscimento dei diritti di cittadinanza e della reciproca conoscenza fra le identità culturali”.
Per l’assessore provinciale alle Attività produttive, Diego Carrara, l’adesione della Provincia si colloca in “un impegno – ha detto – che la Provincia sta esprimendo attraverso la Consulta provinciale dell’immigrazione con la prossima costituzione dei Centri interculturali, per favorire i percorsi di integrazione”.
“I migranti – ha aggiunto Santolini – sono una risorsa che va governata e non ostacolata e questa iniziativa va esattamente in questa direzione”.
CASTRAZIONE COME PENA - Calderoli infine torna a invocare come pena per chi commette reati sessuali la castrazione: «Davanti a delitti così aberranti, come le violenze sessuali degli ultimi giorni, l'unica legge che può valere è quella del taglione: così come in altri Paesi, credo sia necessario introdurre come pena la castrazione chimica per i reati sessuali. Personalmente - conclude il ministro - penso che quella chirurgica sia la più idonea a funzionare anche da un punto di vista della prevenzione, ma anche quella chimica, ancorché non irreversibile, consente di mettere queste bestie in condizioni di non offendere».
''I gravissimi episodi di violenza di Bologna e Milano sono ancora una volta occasione per volgari strumentalizzazioni del ministro Calderoli che alimenta odio e intolleranza contro gli immigrati''. Lo afferma il coordinatore dei Verdi, Paolo Cento, secondo cui ''il governo non puo' permettersi di fare propaganda sui temi della sicurezza e dell'immigrazione perche' proprio li' ha ottenuto i fallimenti piu' gravi e l'oscenita' della proposta di castrazione chimica non basta a nascondere l'incapacita' del centrodestra di tutelare i cittadini e la coesione sociale nelle aree metropolitane''
Duro il segretario radicale Daniele Capezzone: «Voglio dire al Ministro Calderoli che, sempre di più, il "clandestino" è lui: rispetto alla civiltà giuridica liberale e allo Stato di diritto». Romano Prodi, invece, è sarcastico: «Commentare Calderoli? Ci vorrebbe un medico. Anzi, più propriamente, un certo specialista...».
Tutta l’opposizione critica il ministro per le riforme. Il capogruppo diessino al Senato, Gavino Angius, parla di «dichiarazioni improntate a truculente volgarità e a un vero e proprio razzismo». Il responsabile giustizia della Margherita Giuseppe Fanfani sottolinea: «A fronte di un problema serio, di degrado etico della società, e a fronte di un problema di sicurezza sono necessarie serietà e pragmatismo, assieme a prudenza nel linguaggio. Mentre sono diseducativi e pericolosi i proclami populisti con cui si invoca la pena del taglione». Conciso il verde Stefano Boco: «Calderoli si dimetta. Ha superato ogni limite».
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