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Matrimonio fra cittadini italiani ed extracomunitari. Cosa fare per vivere con il proprio coniuge
Emmanuela Bertucci
17 Febbraio 2007
Per un italiano/a coronare il proprio sogno d'amore, sposare il fidanzato/a extracomunitario e vivere insieme, puo' diventare un'odissea: comuni che si rifiutano di celebrare il matrimonio senza il permesso di soggiorno; ambasciate che non rilasciano il visto di ingresso per ricongiungimento familiare o per familiare al seguito; pubbliche amministrazioni che applicano la Bossi Fini anziche' il Testo unico 54/2000.
Visto l'elevato numero di quesiti e segnalazioni sull'argomento abbiamo deciso di fare un po' di chiarezza in tema di matrimonio con stranieri extracomunitari, per capire come e' meglio procedere, cosa la pubblica amministrazione e' tenuta a fare, come si possono superare gli ostacoli burocratici.
La via piu' breve per vivere con il proprio (futuro) coniuge e' sicuramente sposarsi in Italia, poiche' il coniuge straniero puo' subito ottenere un permesso di soggiorno per il proprio coniuge straniero e, alla prima scadenza, la carta di soggiorno.
Ricordiamo che per sposarsi non e' necessario essere gia' titolare di un permesso di soggiorno, ma e' sufficiente esibire all'ufficiale di stato civile il passaporto ed il nulla osta al matrimonio rilasciato dalla propria autorita' diplomatica o consolare.
Quando il futuro coniuge non e' gia' in Italia o non riesce ad ottenere un regolare visto di ingresso, molti italiani decidono di recarsi direttamente nel Paese di provenienza per celebrare il matrimonio, sperando di velocizzare le pratiche e ottenere piu' rapidamente un visto di ingresso per familiare al seguito.
In questo caso, consigliamo di celebrare il matrimonio presso la rappresentanza diplomatica italiana all'estero, per evitare alcuni passaggi burocratici. Se l'italiano nubendo e' residente all'estero ed iscritto presso l'AIRE (l'anagrafe dei cittadini italiani residenti all'estero) il matrimonio verra' direttamente trascritto sugli appositi registri tenuti presso il consolato. Nel caso, invece, che il cittadino italiano sia residente in Italia, il matrimonio dovra' comunque essere trascritto in Italia. In pratica, si risparmia solo il tempo “burocratico” necessario per la traduzione e legalizzazione dell'atto.
In caso, infine, ci si sposi all'estero avanti alle autorita' estere, le difficolta' maggiori si incontrano nel richiedere il visto di ingresso per familiare al seguito o per ricongiungimento familiare, poiche' molte ambasciate non rilasciano il visto fino a quando il matrimonio non e' regolarmente tradotto, legalizzato e trascritto nei registri di stato civile italiani.
Chi trascrive il matrimonio
I novelli sposi sono tenuti a chiedere la traduzione, legalizzazione e trascrizione dell'atto di matrimonio al Consolato o all'Ambasciata italiana dello Stato estero in cui ci si e' sposati, che provvedera' ad inoltrare la richiesta all'ufficio di stato civile competente in Italia.
Tempi della trascrizione
In assenza di specifiche indicazioni normative, la trascrizione deve avvenire entro i tempi previsti dalla legge sul procedimento amministrativo, e dunque entro 90 giorni dalla presentazione dell'istanza. Se tale termine decorre inutilmente, consigliamo di intimare la conclusione del procedimento con una raccomandata AR di messa in mora all'ambasciata italiana.
Si puo' chiedere la trascrizione direttamente al Comune italiano, senza "passare" per l'ambasciata?
La trascrizione degli atti nei registri di stato civile puo' esser richiesta da chiunque ne abbia interesse, con istanza verbale o con atto redatto per iscritto e trasmesso anche a mezzo posta. Dunque, e' possibile, una volta tradotto e legalizzato l'atto di matrimonio, chiedere la trascrizione direttamente al Comune.
Si puo' ottenere un visto di ingresso per il proprio coniuge anche in assenza di trascrizione?
Le ambasciate italiane sparse per il mondo danno a questa domanda risposte molto discordanti, perche', da una parte, la legge (nello specifico l'art. 130 del codice civile) subordina tutti gli effetti del matrimonio alla registrazione dell'atto negli registri dello stato civile, mentre per contro esiste una costante giurisprudenza della Corte di Cassazione italiana che afferma esattamente il contrario. Per la Cassazione infatti la trascrizione dell'atto di matrimonio non ha natura costitutiva, ma soltanto dichiarativa. In pratica, il matrimonio sarebbe immediatamente valido, e dunque rilevante anche in Italia, nel momento in cui viene celebrato (Nota: Cass. Civile, sentenza n. 1298/1971; Cass. Civile, sentenza n. 569/1975; Cass. Civile, sentenza n. 9578/93; Cass. Civile, sentenza n. 3599/1990; Cass. Civile, sentenza n. 103511998) e di conseguenza non sarebbe necessario attendere che lo Stato italiano ne abbia conoscenza “ufficiale” per chiedere il visto di ingresso in qualita' di coniuge di cittadino italiano.
Sebbene la giurisprudenza sia cosi' favorevole, le sentenze della Corte di Cassazione non sono vincolanti per la pubblica amministrazione, e dunque l'ambasciata puo' benissimo (anzi deve) disattendere questo orientamento ed applicare alla lettera l'art. 130 c.c., imponendo l'avvenuta trascrizione come requisito obbligatorio per il rilascio del visto.
Chi dunque volesse chiedere il visto di ingresso per il proprio coniuge anche prima che sia intervenuta la trascrizione, deve comunque essere ben consapevole di un possibile rifiuto dell'ambasciata (a seconda dell'orientamento dell'ufficio). In questo caso, dovrebbe ricorrere al giudice italiano contro il provvedimento di diniego, forte di una solida giurisprudenza a proprio favore.
14. Lavoro interculturale e narrazione
A cura di
Duccio Demetrio
Professore di Educazione degli adulti, Facoltà di scienze della formazione, II Università degli Studi di Milano-Bicocca. Laboratorio di Etnopedagogia
Premessa
Fra i tanti meriti che dobbiamo riconoscere all’immigrazione, ce n’è uno, in particolare, da sottolineare. L’incontro con storie e narrazioni che vanno arricchendo le nostre. Molti non vorrebbero ascoltarle. Preferendo - non potendone più fare a meno - almeno una migrazione muta e silenziosa. Costoro sono persino disponibili a capire le voci di protesta e le parole del disagio, ma ciò che proprio non tollerano è che tali moltitudini vogliano farci sapere chi sono, che cosa sentono o hanno lasciato. Tale ripulsa è più grave ancora di quella del rifiuto conclamato, poiché rende chiaro che il razzismo, esplicito e latente, è negazione di ogni interesse per le parole degli altri. Per i suoni di una lingua sconosciuta e, più ancora, per quei racconti, nella nostra lingua imparata in qualche modo, che pone gli stranieri nella condizione di farci comprendere quel che hanno il diritto di farci sapere. E che non può, sempre, corrispondere (come nei dibattiti televisivi) alle storie, drammatiche, delle vessazioni subite, delle difficoltà di integrazione nelle nostre culture. In tal modo, con il nostro modo di interrogare queste vicende, non facciamo altro che depauperare le donne, gli uomini, i ragazzi di ben altro che, invece, con differenti forme di ascolto e di incoraggiamento a raccontarsi potrebbero dirci. Il merito cui accennavamo è quindi questo: i nuovi cittadini arricchiscono, purtroppo ancora potenzialmente, le nostre visioni della vita, del comunicare, del credere in qualche cosa, del senso stesso dell’essere al mondo. Noi facciamo di tutto per omologare, assimilare, costringere alla dispersione una immensa varietà di altri valori e credenze. I nostri territori urbani, contesti in cui più alta è la concentrazione immigratoria, che stanno facendo per creare "case delle storie", spazi di aggregazione interculturale, occasioni permanenti (e non soltanto spettacolari ed episodiche) dove la reciproca narrazione delle diversità non sia conservata come in un museo etnografico, bensì, continuamente rinnovata? Dove agli stranieri sia dato di raccontare con voci nuove e antiche. Finché questi luoghi di legittimazione e di riconoscibilità, visibilità sociale, non ci saranno, possiamo comunque tentare di impegnarci, noi con loro, in una paziente opera di carattere autobiografico affinché racconti e storie di vita (immagini dell’infanzia, degli spazi dell’origine, dei riti o ricordi di climi e affetti) non si disperdano in quanto patrimonio di tutta l’umanità. Per fare questo occorre andare avanti nel lavoro di molti che nelle scuole, nelle esperienze di incontro, nel corso di colloqui d’aiuto già hanno compreso che queste narrazioni hanno bisogno di una più solerte attenzione. E cioè di qualcuno che se ne prenda cura, non per catalogarle, classificarle, custodirle in teche, ma per riproporle ai narratori affinché diventino libri, poesie, teatro. Anche questa è accoglienza. Forse potrà apparire superflua rispetto alle urgenze e alle esigenze vitali, però, ogni strategia civile e ogni lungimiranza creativa (e non solo preventiva) ci chiede di mettere al centro quelle risorse umane, fatte di pensiero e vissuti, che hanno bisogno di riconoscersi (anche) con il nostro aiuto.
1. Tre vie: il rigetto l’aiuto l’educazione
Lo sappiamo. Ogni riflessione sul presente e sul futuro multietnico che già ci coinvolge, e attende, può imboccare almeno tre vie: il rigetto, l’aiuto, l’educazione. Ognuna delle quali è provvista di una sua indubbia legittimità e giustificazione narrativa (il "No!", "Ti accetto", "Parliamo"); ma soltanto una (l’ultima) ci appare fertile, perché crocevia di altre, ulteriori, originali strade percorribili.
Per le filosofie e le scienze contemporanee soltanto ciò che si rivela generatore di altri sentieri, di altre ramificazioni interroganti, di paradigmi sempre aperti appartiene alla cultura che ci prepara al nuovo millennio (F. REMOTTI, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 1996.). Si tratta della via di ricerca che non si ferma dinanzi alle proteste di chi reputa le migrazioni una iattura (è la via ipocrita del rigetto, pur nella consapevolezza che la nuova forza lavoro è una necessità cruciale) e che nemmeno si limita a condividere la pur importante visione caritativa, assistenzialistica, umanitaria di tali fenomeni.
È, questa, la via dell’aiuto, agita e sostenuta da tutti coloro che si attendono l’espressione, a breve o a lungo termine, di una riconoscenza per quanto si va facendo per alleviare le difficoltà di chi lascia un mondo per entrare in un altro, preceduto dai suoi sogni di sopravvivenza e di libertà.
La via dell’educazione interculturale (la terza) è ben altra. Meno facile ai più, incomprensibile e superflua per molti altri. Chi legge le pagine più interessanti che ne hanno parlato si avvede subito che, quel che propongono, non si limita né a tracciare scenari più o meno apocalittici o rasserenanti, né a considerare l’immigrazione un problema sociale.
Nel primo caso ci troveremmo, ancora una volta, dinanzi a versioni "materialistiche" degli eventi cui tutti stiamo partecipando, dal momento che ormai, tutti, siamo contaminati da questi discorsi. La nostra quotidianità è abitata dagli "altri" anche quando non desidereremmo parlarne; ci serviamo di loro per organizzare la giornata, li troviamo sui nostri cammini domestici, siamo costretti a guardarli ma non ad ascoltarli, quando invece è soltanto l’incontro delle parole che può mettersi nella condizione di superare il lato più oscuro della questione. Quello appunto che riduce ad un fatto demografico, economico, di ordine pubblico chi sta cercando altre forme per segnalarci la sua presenza e, che pur debitore, ammesso ma non concesso che così debba viversi, non si accontenta di essere considerato un utente attuale, o potenziale, di questo o di quel servizio sociale o caritativo.
L’educazione interculturale ci fornisce, invece, l’unica via -preferiamo chiamarla strategica - che possiamo percorrere nella educazione alla consapevolezza di quanto sia vieppiù indispensabile assumere una coscienza antropologica di quel che sta avvenendo.
Come altre proposte, oggi anche nel nostro Paese reperibili, e rivolte alle scuole, a chiunque si ponga domande più complesse, a chi non si accontenti di immagini televisive rubate alle tragedie, essa ci invita ad esplorare storie, dimensioni "dell’essere", sensazioni diffuse ormai così presenti nelle nostre autobiografie.
2. Guardare gli altri per tornare a se stessi
L’educazione interculturale, fattasi attenzione per le risorse umane, non solo ci guida attraverso la rilettura di tradizioni, di voci e intrecci di voci, di felicità e tragedie, di leggende e avventure presidiate da divinità scomparse o da ancestrali, le paure riemergenti (invasioni, epidemie, sbarchi, ecc.), essa ci introduce ad una comprensione più profonda di quelle che sono le nostre origini. Ci stimola a rintracciare nelle psicologie di ciascuno di noi, così profondamente mediterranee, anche laddove alcune nostre regioni non ne lambiscano le sponde, la parte migliore di una tradizione di pensiero costruitasi nel corso del tempo. Nata all’insegna di quella dialettica tra essere e divenire, tra perpetuare e cambiare, tra apollineo e dionisiaco (luce ed oscurità) che soltanto nei momenti più bui hanno tentato di fermare gli assolutismi del sud come del nord. È la tradizione che ci ha educati a coltivare, e a difendere, la nostra natura ibrida e vocazionalmente meticcia, aperta al molteplice ed alla curiosità per il nuovo e il diverso.
L’educazione interculturale è un pensiero antico e profondo; è una modalità narrativa; è il segno di una mente abituatasi ad ascoltare i racconti stranieri, a meravigliarsi, a curiosare nelle mitologie altrui.
La nostra coscienza mediterranea (la nostra latina medietas, la sensibilità e capacità di risoluzione dei conflitti, la consapevolezza che un conflitto risolto non catastroficamente genera sempre novità) è giustamente chiamata a confrontarsi con le sue radici (linguistiche, estetiche, filosofico-letterarie) giocoforza commiste. E, questo rapporto con i nostri sé personali o microsociali, individuali o collettivi costitutivamente plurimi, va dunque riattualizzato e riscoperto dinanzi non solo a chi dallo stesso bacino oggi proviene. A tutte le genti che, pur avendo gli oceani come dimensione del limite e del possibile, si chiedono di essere riconosciute non solo come manodopera, né come obbedienti assistiti, queste agorà vanno garantite per antiche consuetudini di ospitalità, di ascolto e confronto.
3. Non siamo agli inizi
L’educazione interculturale nella scuola italiana non è più agli inizi. Ormai, i bambini piccoli e i più grandi - stranieri e non - possono contare su non poche pubblicazioni (dai giochi, ai libri di fiabe; dalle raccolte multimediali alla letteratura prodotta dai protagonisti delle migrazioni: storie di vita e autobiografie). Questo non accade per quei livelli di istruzione che fino ad oggi sono stati meno degli altri coinvolti dai problemi dell’accoglienza e dell’integrazione.
Sono fin troppo noti i disagi di adattamento che i figli della migrazione hanno vissuto e stanno ancora vivendo quando debbono il più rapidamente possibile mutare e, al contempo, conservare, per non perdere lingua e consuetudini che li legano alla famiglia. Per tale ragione è quasi superfluo ricordare che tali tracce, negli ancor pochi privilegiati che transitano alle superiori (optando le ragazze e i ragazzi nati qui o immigrati per l’inserimento lavorativo o, tutt’al più, per la formazione professionale), sono vistose e penalizzanti. Macroscopici deficit linguistici, comportamenti che evidenziano irrisolti questioni di carattere relazionale, disturbi dell’identità, sono alcuni dei tratti di cui questi adolescenti sono portatori nella secondaria. A questi vanno aggiunti i malesseri che accompagnano ogni vissuto adolescenziale e, per questo, è bene che quanto già si va facendo per venire incontro al disagio infantile e giovanile possa declinarsi rispetto a domande specifiche di aiuto e incoraggiamento.
Il sapere ha una funzione facilitante e di cura, laddove si incontri con le esigenze di chi è alla ricerca di un’identità, delle sue radici, ma, nondimeno, di ancoraggi e sostegni nel presente. Un’attenzione per le "culture della memoria" è difatti cruciale (indipendentemente dagli studenti cui la proprietà educativa si rivolge)affinché, proprio attraverso un buon rapporto con il passato personale o con quello del proprio gruppo di appartenenza, si possano stabilire quelle integrazioni interiori per l’autorealizzazione e l’autostima.
Le conoscenze, quando suscitano interesse e motivazione, sono sempre state un fattore che ha consentito ai più svantaggiati di ritrovarsi e di far sentire la loro parola. Ciò che ha diviso le culture è il risultato di interessi materiali contrapposti, di conflitti per il predominio, per la spartizione di territori quando, invece, certo pur essendo le culture anche il risultato di tutto questo, sono tuttavia (in quanto umane) connotate da comuni esigenze e tensioni.
I ragazzi italiani e i loro coetanei, figli o protagonisti dell’immigrazione, provenienti o meno da paesi dell’area mediterranea vanno quindi stimolati a individuare distanze e affinità non solo servendosi dei libri.
Educazione interculturale, è guardarsi intorno; è alzare la testa dalle pagine, è cercare - al di fuori della scuola - con interviste e raccolta di storie altrui quanto le letture stimolano e generano agli effetti del piacere di scoprire ciò che non si può sapere se non entrando nella vita.
Occorre insomma che gli insegnanti facciano in modo che si costruiscano con gli studenti, storie di quotidiana interculturalità. Non è difficile, basta ritrovare il piacere di far scuola tra la gente o invitando la gente a scuola a raccontare quanto ancora non è stato stampato. Quest’oralità diffusa è tutta da fermare e proteggere dalla dispersione.
Andare oltre il visibile, questo è il primo compito di chi apprende.
L’essenza interculturale nella Grecia classica era tributata all’isola di Delo. L’isola di Apollo ed Artemide: l’isola "commista" di luce solare e di oscurità, il simbolo di una mente che lavora per rischiarare e, al contempo, accettare l’ombra, in una dinamica eterna dei fatti e della psiche.
4. I paradigmi pedagogici della narrazione
Ciò che più conta è l’identità personale di ciascuno, indipendentemente dalla provenienza, dalla lingua, dalle origini. Ma oggi e domani le nostre e le "loro" identità saranno plurali. Rapportarsi ai problemi dell’immigrazione con i paradigmi pedagogici della narrazione significa abbandonare per sempre un’idea univoca di identità. Chi viene da altri mondi è in tal modo, nella sua conclamata diversità, colei o colui che ci invita a far altrettanto con chi crediamo di conoscere da una vita. Lo straniero, ancora una volta, ci provoca interrogandoci sul nostro sapere o non sapere servirci del linguaggio, il più spontaneo e comune, nel momento in cui crediamo le condizioni migliori per consentire all’altro di dirci chi è, più che ciò che rappresenta. All’interno di un ciclo breve o lungo di conoscenza ed autoconoscenza. Infatti il racconto altrui, se ascoltato, se accettato senza condizioni, non può mai non smuovere dalle sue certezze (identitarie) un ascoltatore attento: che si tende verso, anche al rischio di udire ciò che non vorrebbe. In quell’attenzione pedagogica che ribalta la consuetudine; che non si dispone, dopo l’ascolto, all’insegnamento, poiché è mosso dalla incondizionata disponibilità ad apprendere soprattutto dall’altro, imparando a tacere e a rispondere in uno stato d’animo disposto alla complessità; disponibile a trasformare ogni dubbio e perplessità in curiosa aspettativa.
4.1 Lo spazio del racconto
Lo spazio del racconto è l’unico, il più vero ed affettivo luogo pedagogico dell’apprendimento linguistico; in un’aula, su un treno, per via, dove possano prender forma e maturare le radici del pensiero e della speranza interculturali.
Tre sono i requisiti che rendono qualsiasi occasione di incontro con donne e uomini "spaesati", con e per i loro figli, un rifugio fatto di parole:
• la possibilità di raccontare, o scrivere, di sé in assoluta libertà e spontaneità
• la possibilità di poter sviluppare, ampliare, arricchire il racconto
• la possibilità di lasciare a se stessi e ad altri noti o sconosciuti un messaggio che possa essere raccolto e diffuso.
Si istituisce, in tal modo, una triangolarità ideale, un luogo abitato di parole inventate o trovate per descrivere il mondo e descriversi, nella speranza di essere poi ridescritti da chi ha ascoltato o ha letto i nostri discorsi. Si costruisce così quello che altrove abbiamo chiamato uno spazio autobiografico (D. DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina, 1996) rassicurante, avalutativo, ristrutturante. Parlare e parlarsi da soli o con altri infatti incoraggia a non temere il giudizio altrui e consente a ciascuno indipendentemente dall’origine e dalla lingua a ritessere l’involucro della propria (solo questa) identità ferita, offesa, dispersa, dalla migrazione, dallo spaesamento, dalla rinuncia al racconto in luoghi dove il proprio idioma non è compreso (A. SMORTI, Il sé come testo. Costruzione delle storie e sviluppo della persona, Firenze, Giunti, 1997).
4.2 Spazi autobiografici e triangolarità narrativa
Per questo, anche, i membri di una stessa comunità migrante si cercano, si raccolgono attorno ai loro racconti fino ad enfatizzarli e a mitizzarli inventando talvolta quel che non esiste più: la loro identità etnica. E, proprio per questo, il lavoro interculturale è soprattutto lavoro volto a inventare spazi autobiografici in cui tutto questo possa accadere. Dove sia possibile declinare la triangolarità narrativa in queste modalità:
• collaborando con le specifiche comunità affinché le loro storie possano diventare "banche della memoria" dell’immigrazione (S. TUTINO, "Dal progetto per sé, al progetto per tutti", in Adultità, n° 7 monografico "Progetti di vita", marzo, 1998) e momenti di ritrovamento della "nostalgia", così utili, nella loro restituzione, ai figli: affinché si possano sentire ancora legati ad una tradizione fatta non soltanto di mentalità ma di ricordi e immagini che valga ancora la pena di trattenere e trasmettere. È questo il momento delle imago mentali, emotivamente ancora presenti, evocatrici di suoni, colori, parole, detti, storie e leggende:
• costituendo piccoli gruppi plurioriginari, italiani inclusi, nei quali sia realizzabile quello scambio di storie che faciliti la scoperta - mai ovvia - delle reciproche vicende di crescita: storia d’infanzia, di giovinezza, di maturità. Tutte accomunate, indipendentemente dai siti di provenienza, da rievocazioni che ben oltre le singolarità rispecchiano le stesse avventure della crescita. È questo il momento delle storie di formazione (S. TUTINO, "Dal progetto per sé, al progetto per tutti", in Adultità, n° 7 monografico "Progetti di vita", marzo, 1998).
• Infine, la terza possibilità autobiografica può trasformarsi in un luogo - laboratorio di scrittura, finalizzato alla raccolta, sistemazione e stampa dei racconto: in rapporto all’una o all’altra delle precedenti condizioni.
Il mondo della migrazione anche in Italia non cessa di sorprenderci con la nuova letteratura di scrittori immigrati venuti da ogni parte che arricchisce gli studi su questo genere emergente e le ricerche socio-antropologiche sui percorsi e le traiettorie migratorie. Romanzi, novelle, semplici pagine di diario ci consentono di capire meglio non solo i vissuti di chi approda ma anche noi stessi.
4.3 Lo sguardo dell’altro su di noi
Un racconto di uno scrittore straniero ci invita ad interrogarci: è lo sguardo su di noi che non vorremmo, talvolta, venisse gettato sulle nostre quotidianità, sulle nostre incomprensibili follie, sulle nostre ritualità.
Un romanzo che appartenga al genere della migrazione traduce, poi, non una, ma molte storie fra loro intrecciate; è ad esempio:
• storia di sopravvivenza e conquista di diritti umani
• storia di iniziazione alla vita adulta, di passaggi esistenziali, di incontri cruciali fortunati o nocivi
• storia di rifiuto e rivolta
• storia di ricostruzione dell’identità e rappresentazione di modi di essere e vivere che progressivamente si rendono commisti: dove non è arduo ritrovare il manifestarsi di identità plurime fatte di adattamenti e rassegnazioni all esigenze del presente e di perseveranza, resistenza, attaccamento ai luoghi interni, profondi, psicologici irrinunciabili presenti e assenti al contempo
• storia di cura di sé, che testimonia la nascita di una coscienza individuale scaturente dallo strappo con contesti d’origine nei quali la stessa idea di soggettività è quanto mai labile. Storie, queste, che, inoltre, ci raccontano quanto l’impegno dello scrivere diventi un medicamento nell’istante in cui la solitudine diventi la condizione che parrebbe costringere al silenzio, alla dimenticanza e all’oblio: non soltanto di ciò che si è lasciato, ma di se stessi.
Questa terza possibilità corrisponde al momento della più vera visibilità. E ciò accade quando la miriade di storie attraverso l’arte del ricordare e dello scrivere si agglutina in qualche storia esemplare soprattutto per noi.
Poiché l’esito di una narrazione cerca sempre qualcuno cui affidare la propria storia. Quanto nasce da una individualità si protende verso la socialità e rompe l’esclusione. Di molte, moltissime storie anche stampate, che chiedono di essere aiutate a superare lo stadio espressivo dello sfogo abbiamo bisogno, per aiutare l’interculturalità a diffondersi. La nostra stessa identità scaturisce dalla narrazione degli altri, con la conseguenza che quanto riusciamo a conquistare, nel paziente lavoro di educatori al narrare, è una conquista per noi.
4.4 Far parlare i silenzi
Lo scrittore Yusuf Idrìs, nel suo libro "Alla fine del mondo", ci propone di far parlare i molti, innumerevoli, sterminati silenzi di chi emigra. Di limitare lo spreco di storie che potrebbero essere raccontate e che dovremmo nelle nostre città e ovunque incominciare ad aggregare comparandole, avvicinandole, scambiandole con le nostre.
Ci attende un progetto-utopia di banche della memoria interculturale dove non sia necessario contrattare, distinguere tra le ragioni degli uni e degli altri, in una sorta di dare per avere e di commercio regolato da norme di solito sfavorevoli per una delle parti.
Yusuf ci dice che soltanto quando il silenzio "si mette a parlare" (e l’istante prima del racconto ci chiede la pausa per suscitare l’incantesimo dell’attesa), quando, prima dei vincoli e delle aspettative, si accetta quello stato di sospensione del tempo e dello spazio; quando ciò accade si sperimenta "di tutti i silenzi il più profondo. Perché è quello dove converge l’accordo più forte che esista. L’accordo concluso senza alcun patto".
L’esperienza narrativa è sempre al di sopra di ogni faticosa trattativa di merci, idee, vite. Nel suo divenire è la capacità del narratore di spiegare ed evocare ad annichilire ogni distanza e differenza. A rendere illusori tutti i ragionamenti triti e sofisticati volti a ribadire quanto gli uni siano differenti dagli altri; a far tacere, almeno per poco, la voce delle scienze umane che contribuiscono sovente più a dividerci cercando le biologie, le psicologie, le antropologie della diversità.
L’arte del racconto orale o scritto, il linguaggio e i linguaggi della narrazione ci restituiscono, invece, la disarmante umanità delle storie e dei volti. Dalle quali e dai quali scaturisce allora, può scaturire, dando una mano a quanto già fa parte di un impulso naturale e culturale che non conosce frontiere, un invito a rallentare, a sostare, a pensare.
Gli spazi autobiografici, nelle realtà della migrazione, possono rivelarsi nel momento in cui la voce riempie il silenzio e, nel momento in cui questa parola si spegne, un’occasione unica per la sosta e per nuovi inizi.
5. Links
Nell’area progetti sono presentati percorsi didattici e progetti educativi riferiti ai temi della narrazione, della costruzione dell’identità culturale e personale:
• Centri territoriali, educazione degli adulti, centri interculturali
• Educazione interculturale e linguaggi: arte, gioco, teatro, musica...
• Culture ed identità culturali
• Accoglienza, integrazione e relazioni interpersonali
L'imbarcazione si è capovolta al largo di Malta. Sedici le persone tratte in salvo
Nel pomeriggio avvistati altri tre natanti. A bordo decine di migranti
Immigrazione, tragedia a Malta
naufraga barcone: 3 morti, 8 dispersi
Un barcone carico di clandestini approdato nei giorni scorsi a Lampedusa
ROMA - Quattro tentativi di sbarco da parte di immigrati sulle coste italiane, di cui uno finito tragicamente con il naufragio del gommone e la morte accertata di almeno tre persone. E' questo il tragico bilancio di una giornata contrassegnata dalla ripresa dei "viaggi della speranza" nel Canale di Sicilia.
Il naufragio e le vittime. Il naufragio della piccola imbarcazione che, all'alba, faceva rotta verso l'Italia ha causato la morte di tre persone, di cui sono già stati trovati i cadaveri affiorati dalle acque. Otto gli immigrati dispersi, mentre altre 16 persone sono state tratte in salvo da un peschereccio italiano e condotte a Lampedusa. Quattro di loro sono in gravissime condizioni.
L'allarme è scattato alle 5.50 quando l'equipaggio di un peschereccio, che si trovava in acque internazionali 40 miglia a est di Malta e a 49 miglia da Capo Passero, ha notato un'imbarcazione capovolta e alcune persone in mare che chiedevano aiuto. I naufraghi hanno riferito inizialmente che almeno 25 loro compagni di viaggio sono caduti in mare e sono dispersi; in seguito il numero è stato ridimensionato.
Nella zona, le condizioni del mare sono discrete, ed è perciò presumibile che il naufragio sia stato causato dall'eccessivo numero di immigrati imbarcati.
Due motovedette del Comando generale delle Capitanerie di Porto, impegnate in zona per un'esercitazione, sono state dirottate nello specchio di mare dove sono stati recuperati i naufraghi.
Gli altri tentativi di sbarco. Nel pomeriggio sono invece stati avvistati altri tre barconi di migranti. Non è ancora certo il numero delle persone che viaggiano a bordo dei natanti. La prima delle due imbarcazioni si trova a circa 30 miglia a Sud di Malta, e le autorità italiane ne hanno informato quelle maltesi, competenti a intervenire. La seconda invece è a una trentina di miglia a Sud di Lampedusa, e per raggiungerla è impegnata la nave "Lavinia" della Marina militare italiana. Su questo barcone viaggerebbero 37 immigrati, tra i quali due donne. Infine un terzo barcone in legno, con una trentina di clandestini a bordo, è stato avvistato poco fa da un aereo militare Atlantic a 32 miglia a sud di Lampedusa. Nella zona si sta dirigendo una motovedetta della Guardia Costiera.
(9 giugno 2006)
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venerdì 9 giugno 2006 - 15.33
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Immigrazione clandestina: blitz di vigili e polizia in viale Valganna, viale Borri e Masnago. Sorpresi 13 nordafricani
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Operazioni contro l’immigrazione clandestina questa mattina a Varese. La prima è scattata verso le 5.30, in una casa privata occupata di viale Borri e nello stabile, ora in disuso della ditta SKF alle spalle dello stadio comunale a Masnago. In azione la Squadra di Polizia Giudiziaria della Polizia Locale di Varese. Il bilancio parla di quattro extracomunitari sorpresi senza permesso di soggiorno. Tre di loro, inoltre, risultavano già noti alle forze dell’ordine, e per questo sono stati oggetto delle procedure per l’espulsione dal territorio nazionale. _Alla stessa ora il secondo blitz. 15 uomini della Volanti di Varese, dieci della Questura di Milano e due unità cinofile arrivate apposta da Malpensa hanno sgomberato lo stabile abbandonato della ditta "Benzi Vini" di Viale Valganna con il supporto di un elicottero che ha perlustrato la zona. All'arrivo degli agenti della Polizia i clandestini hanno cercato di scappare nei boschi circostanti e sulla strada, ma dopo un breve inseguimento sono stati bloccati fra viale Valganna e via Carcano. Gli agenti della Polizia hanno fermato 9 extracomunitari albanesi, tunisini e algerini, tutti fra i venti e i ventiquattro anni e privi di qualsiasi documento di identità. per 7 di loro sono già state avviate le pratiche di espulsione, uno è stato espulso immediatamente mentre per un tunisino già colpito da decreto di espulsione sono scattate le manette. Nei locali dell'ex "Benzi Vini" la Polizia ha trovato anche tre scooter risultati rubati tra il 2003 e il 2005.
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RAGUSA. Nella vecchia dogana del porto di Pozzallo i sopravvissuti all'ennesima strage nel mare di Sicilia hanno ora tute e magliette pulite, cibo e acqua. Dicono che il peggio per loro è passato, anche se adesso dovranno fare i conti con la burocrazia della legge italiana perché rischiano il rimpatrio immediato. Sono in 179, la maggior parte proprio dentro quel capannone diventato da qualche anno il terminal dei disperati, una decina finiti negli ospedali della zona per sfinimento o per un principio di annegamento. Altri nove, invece, sono nella camere mortuarie: sono morti quando pensavano di avere raggiunto la meta.
Di sette, e tra questi anche uno degli scafisti, i soccorritori hanno trovato i cadaveri sulla spiaggia di Sampieri. Gli altri due cadaveri sono stati invece recuperati in mare. Ma nel bilancio di quest'altra tragedia mancano una ventina di clandestini, come ha detto il questore di Ragusa Girolamo Di Fazio. Non si sa se anche loro sono annegati o se, piuttosto, sono riusciti a fuggire prima che le forze dell'ordine riuscissero a chiudere i varchi della zona e a bloccare tutti, compresi due scafisti egiziani.
I sopravvissuti dicono che su quel vecchio barcone di legno ora arenato sulla spiaggia erano in duecento e sulla base di queste dichiarazioni, concordi, per tutta la giornata di ieri sono proseguite le ricerche, sulla terra ma soprattutto per mare, nonostante condizioni meteo difficilissime, con il mare in burrasca che ad ora di pranzo ha costretto le unità di Guardia costiera e Guardia di finanza a fare rientro nel porto di Pozzallo e i soccorritori a proseguire le ricerche solo con aerei ed elicotteri. Che cosa sia accaduto nella notte tra giovedì e venerdì sembra un film già visto, con un prologo che ha però innescato polemiche tra Italia e Malta. Il barcone, quasi certamente partito dalla Libia, giovedì sera era stato avvistato al largo dell'isola di Gozo.
Le autorità de La Valletta dicono, attraverso il sottosegretario alla difesa Toni Abela, che «il barcone era in acque internazionali» e che gli immigrati «hanno rifiutato i soccorsi» puntando verso le coste della Sicilia nonostante un mare forza sette e un vento di 35 nodi. «La prima segnalazione l'abbiamo avuta alle 19 - racconta il capitano Nazareno Laganà della Guardia costiera di Catania - abbiamo subito messo in mare due unità ma a mezzanotte hanno dovuto fare rientro perché le condizioni meteo erano proibitive. Alle 2,30 l'imbarcazione dei clandestini era già spiaggiata a Sampieri».
Sulla spiaggia, quando si è fatto giorno, c'erano abiti logori, decine di vecchie scarpe abbandonate e cadaveri, a distanza di qualche centinaio di metri l'uno dall'altro, tutti uomini, tutti senza un'identità certa anche se sembrerebbero maghrebini come, peraltro, sono la maggior parte dei sopravvissuti bloccati da polizia e carabinieri. Noumi, un tunisino ricoverato all'ospedale di Modica, dice di essere partito lunedi scorso da un porto libico e spiega: «Ci siamo buttati noi in mare, la barca era in balìa delle onde, quei ragazzi sono annegati perché non sapevano nuotare».
Donne migranti protagoniste per un giorno
Un convegno, una ricerca, una mostra fotografica e un video
REGGIO EMILIA (5 nov. 2005) - Marocchine, est europee, cinesi, sudamericane, africane, qualunque sia la provenienza geografica e l'origine etnica, il filo rosso che le accomuna è la loro condizione di donna prima ancora che di migrante. Tutte sono sospinte a trasferirsi nella nostra provincia per migliorare le condizioni di vita per sé, per la loro famiglia, per i propri figli. Sono un gruppo più chiuso rispetto ai migranti maschi e fortemente coeso a livello etnico, anche se non esiste una rete associativa che si costituisca appositamente con finalità di mutuo aiuto. La ricerca condotta dalla ricercatrice Catia Iori sulle donne immigrate a Reggio Emilia e presentata questa mattina all'Auditorium Peri nel corso del convegno "Protagoniste silenziose" promosso da Provincia, Consigliere di Parità e Comune di Reggio, mette in luce un mondo prima del tutto inesploratoche "ci conferma la doppia discriminazione derivante sia dal genere di appartenenza, sia dalla condizione di migrante. Di ciò dobbiamo tenere conto per suggerire politiche che si ispirino a questa duplice differenza. Tutte le strategie devono basarsi sulla connessione e sul contatto contro la separazione: comunicazione anziché mera tolleranza e celebrazione dei diversi modi di essere che portano al riconoscimento delle differenze per arrivare ad un'integrazione culturale tra i generi". Così le Consigliere di parità Natalia Maramotti e Donatella Ferrari hanno concluso stamane i lavori in una sala che non è riuscita a contenere centinaia di persone, per lo più donne, anche se quelle alle quali l'iniziativa era rivolta erano una sparuta rappresentanza. A doppia conferma di quanto sia difficile per le migranti uscire di casa e farsi protagoniste della loro vita.
Il meeting è stato aperto da Gina Pedroni, assessore comunale ai Diritti di cittadinanza e Pari opportunità e Marcello Stecco, assessore provinciale alla Solidarietà, cui hanno fatto seguito la presentazione della ricerca e gli interventi di Angelo Malagoli assessore all'immigrazione del Comune di Reggio, della sociologa Mara Tognetti Borgogna, dell'antropologa peruviana Pilar Saravia. "Anche la componente rosa dei flussi migratori - ha detto l'Assessore Stecco - ci consegna un fenomeno immigratorio sempre più strutturale, irreversibile e imprescindibile. Ne consegue che le politiche per l'immigrazione saranno sempre più le politiche non "per", ma "con" la società reggiana, il cuore di queste politiche è l'integrazione e la donna, sia essa immigrata o autoctona rappresenta una risorsa decisiva. Anche per questo l'ottimo lavoro presentato oggi, costituisce un patrimonio di qualità per tutta la comunità reggiana". Alle ore 11 nei Chiostri, è stata inaugurata la mostra fotografica di Nicoletta Acerbi e Piero Bruno "Donne migranti, una scelta, una speranza" e più tardi è stato proiettato il video "Femminile plurale". Una giornata dunque servita a togliere dall'anonimato migliaia di immigrate arrivate fin qui cariche di una sola speranza quella di trovare un mondo migliore.
fonte
Dossier immigrazione 2005, il 75% della spesa per il contrasto degli irregolari
Presentato a Napoli il Rapporto di Caritas/Migrantes (27/10/2005)
Il contrasto dell’immigrazione irregolare in Italia prevale sulle pratiche di integrazione. È questo, secondo il responsabile Area nazionale della Caritas Italiana, don Giancarlo Perego, il dato più rilevante che emerge dal Rapporto Caritas/Migrantes 2005. "Su 150 milioni di euro della spesa pubblica per l’immigrazione, ben 115, pari al 75%, sono spesi per contrastare l’immigrazione irregolare. Di questi 115 milioni, il 92% è usato per gestire i Centri di permanenza temporanea (Cpt), che riguardano poche persone rispetto alla portata del fenomeno migratorio in Italia. Solo il 25% dei 150 milioni di spesa pubblica, infine, viene speso per opere di integrazione".
A Napoli per presentare il Rapporto sull’immigrazione, don Perego ha lanciato alcune proposte per fare degli immigrati dei cittadini a tutti gli effetti. "L’immigrazione - ha detto - è un dato strutturale della società italiana, che si scontra con un sistema di rigidità dei permessi contrastante con le regole di un mercato del lavoro flessibile. Occorre ripensare agli strumenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma soprattutto servono politiche sociali ed economiche che facciano dell’immigrato non un soggetto passivo ma attivo dell’integrazione". Tra i percorsi possibili, don Perego ha indicato quelli in fieri in Campania, come la possibilità di concedere il voto agli immigrati o di impiegarli nel Servizio civile volontario. E a questo proposito è intervenuta anche l’Assessore alle Politiche sociali della Regione Campania, Rosa D’Amelio: "L’immigrazione è un elemento portante della nostra società, della quale abbiamo tenuto conto anche nella sperimentazione del Reddito di cittadinanza, a cui potevano accedere le famiglie in condizioni di estrema povertà, incluse quelle immigrate. Noi conosciamo bene cosa significhi l’immigrazione, perché ne siamo stati a nostra volta protagonisti una quarantina di anni fa, con i nostri immigrati in Nord America che con le loro rimesse hanno contribuito allo sviluppo economico della nostra regione. Oggi intendiamo valorizzare il ruolo delle donne immigrate, investire sul futuro dell’integrazione